servizio e foto di Edoardo Abruzzese – 

 

Non è una Natura “matrigna” quella che ha causato il nubifragio del primo agosto a Firenze e non serve neanche andare a cercare colpe e responsabilità, disastro annunciato o mancate allerte.

Anche la giustificazione eufemistica di Mauro Avellini, vicedirettore de La Nazione “ La fatalità come metodo e la rassegnazione come soluzione” provoca un amaro sorriso, quasi a dire “avanti il prossimo.. disastro ambientale.”

ll fatto è che se è vero, come lo è, che il pianeta che l’uomo abita è l’espressione dell’uomo stesso, allora tutto torna: la salvaguardia del pianeta è la salvaguardia dell’Uomo!

 

Qualche volta fa bene pensare che qualcosa si possa cambiare e qualcuno ci prova!

Un esempio? Eccovelo!

 

Michael Reynolds è un architetto americano che ha un’idea fissa: costruire case con tutto quanto viene demandato allo smaltimento, quello che comunemente chiamiamo spazzatura.

Fin dal 1969 Reynolds combatte per un concetto alternativo di edilizia urbana incontrando mille difficoltà: deve affrontare, da un lato, i limiti e la lentezza della ricerca, dall’altro gli interessi locali e nazionali legati all’industria dell’edilizia, è lunga la strada per far emergere il suo modello abitativo, almeno fino all’intervento in Indonesia nel disastro provocato dallo tsunami del 2004.

Lo chiamano l’architetto della spazzatura e a lui sta bene così!

Tutto inizia nel 1969, ma è nel 1972 che Reynolds realizza la prima casa ecosostenibile, fatta di uno speciale impasto di terra combinato con lattine di birra, alluminio, pneumatici usati, vetro di diverso tipo: la thumb house

Reynolds sente la necessità di una squadra di collaboratori che credano nella validità delle sue proposte: nasce l’idea dell’architettura biotecture, come lo stesso Reynolds l’ha battezzata.

Dopo alcuni anni di ricerca e sperimentazione, Reynolds e i suoi fondano una comunità ecosostenibile nel New Mexico: Taos. Il piano di sviluppo prevede 130 case in pieno deserto costruite con materiali di scarto, facciate di vetro rivolte a sud per massimizzare il calore e la luce del sole. Le earthship, le “navi della terra”, prendono forma, spuntano fra le dune come onde : autonome anche dal punto di vista energetico e dell’approvvigionamento delleacque, iniziano a spopolare anche fra i vip più famosi.

 

Ma come tutti i progetti innovativi che vanno a ledere interessi consolidati, gli ostacoli appaiono insormontabili : la comunità presto di disgrega e Reynolds rimane imbrigliato in una serie di cause legali , si cerca di agire sul piano politico: Reynolds e i suoi propongono un disegno di legge che permetta la realizzazione di questo tipo di costruzioni, ma il disegno di legge viene bocciato; il Consiglio di Stato degli Architetti del New Mexico, interpellato, decide che le costruzioni sono abusive e prive dei requisiti di sicurezza richiesti dalla legge: Michael Reynolds viene radiato dall’albo degli architetti e privato delle licenze di costruzione.

Passano 17 anni dall’esperimento in New Mexico e Michael Reynolds, che non si è mai dato per vinto, riusce a riottenere il titolo e le licenze.

Non solo, e qui il grande salto: viene chiamato da un gruppo di architetti indonesiani per collaborare alla ricostruzione del Paese, l’indomani dello itsunami del 2004 , i settemila sopravvissuti chiedono di poter tornare a “casa”!

Grazie all’aiuto dato dalla popolazione, gli architetti di Reynolds riescono a dare un’abitazione a tutti, sfruttando le macerie del disastro: una quantità di rifiuti immensa, bambú, cemento, terra, pneumatici, bottiglie di vetro e plastica, nasce così la casaPhoenix: è in grado di resistere alle onde dello tsunami e anche ad un eventuale terremoto fino al nono grado della scala Richter.

La particolare forma permette di accumulare calore durante l’inverno sfruttando al massimo i raggi del sole: d’estate invece, un sofisticato, quanto elementare, sistema di ventilazione permette la traspirazione, e quindi un’aria fresca. L’acqua piovana viene raccolta, depurata e usata per le necessità dell’orto integrato nell’abitazione, mentre le acque reflue sono gestite autonomamente da ogni inquilino, che le ricicla due volte sfruttandole per le piante.

Le acque grigie usate per innaffiare le piante dell’orto interne vengono raccolte una seconda volta e usate per lo scarico dei servizi igienici, in seguito vengono nuovamente raccolte e riusate per l’irrigazione dell’ esterno, un appezzamento di terreno coltivabile a disposizione della comunità, un orto pensato per rimettere in moto un sistema di relazioni perdute insieme a tutto il resto.

Nel 2005 Reynolds realizza un progetto simile in Messico, dopo i disastri dell’uragano Rita.
Nel 2010 inizia il programma per la ricostruzione delle abitazioni ad Haiti dopo il terremoto.
Ad oggi ci sono oltre 3.000 abitazioni realizzate sul modello delle earthship: per la maggior parte sono localizzate in New Mexico, ma ve ne sono anche a New Orleans, costruite dopo la devastazione causata dall’uragano Katrina.

 

Detto questo mi vengono in mente i versi di Fabrizio De Andrè: “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior!!”

Tutto sta imparare a distinguere gli uni dagli altri!

 

 

Foto di Edoardo Abruzzese