Il rifugiato Joseph: una storia vera

di Jacopo Zucchini – Un problema sempre esistito quello della migrazione, basti pensare a Maria e Giuseppe…troppo spesso strumentalizzato, assai raramente capito nel profondo. E’ ciò che ho voluto fare io.

Il territorio dove vivo ha manifestato da sempre grande sensibilità nell’accoglienza, non mi è stato difficile trovare una “storia vera” in questo caso a lieto fine, semmai faticoso e sofferto è stato il racconto.

E’ la storia di un rifugiato politico nigeriano di nome Joseph arrivato sei mesi fa a Lampedusa  che ha avuto la fortuna di ricongiungersi  qua in Italia con la moglie, partita prima di lui e dopo che per oltre un anno non ne aveva avuto notizie.

Joseph due anni fa viveva ancora con sua moglie Atikah in un piccolo villaggio vicino a Zaria, in Nigeria sotto la pressione costante nelle campagne vicine del regime di Boko Haram.

In dieci anni Boko Haram ha rapito e ucciso migliaia di civili. Decine di migliaia di persone sono fuggite dalla Nigeria da un regime che utilizza la paura, il terrore e la crudeltà estrema come armi. Oltre ad avere perso tutto la maggioranza dei profughi ha subito traumi psicologici profondi. Ci sono bambini che hanno visto i loro genitori morire, altri che hanno visto i loro genitori partire senza di loro o  altri bambini morire accanto a loro.”

Allora la decisione di partire

Una  notte del gennaio  2012 dei soldati misero a ferro e fuoco il nostro villaggio e si salvò solo il 60% della popolazione compreso io e mia moglie. Dopo quella notte decidemmo di partire, e tempo un anno per mettere un pò di soldi da parte, decidemmo di migrare con destinazione Italia, meta che sapevamo accogliente e piena di bellezze. Andammo in Niger e lo attraversammo fino a Djado senza problemi.
A Djado conoscemmo un ragazzo del  posto che ci propose di farci da guida per arrivare a Sirte in Libia assicurandoci le conoscenze giuste per farci imbarcare per l’Italia.
Arrivati a Sirte lavorai sei mesi in un panificio per mettere i soldi da parte per pagare il posto in gommone per me e per mia moglie.
Atikah, però,  partì per prima su uno scafo più sicuro ed io  quattro mesi dopo su un altro gommone.”

“Eravamo in 76 tra cui molte donne, il viaggio è durato tre giorni. Ho avuto tanta paura e tanto freddo. Durante il viaggio tenevo un piede sul gommone e un piede nell’acqua, perchè non c’era abbastanza spazio . Il terzo giorno abbiamo anche rischiato di morire perchè il nostro scafista era stanco e non aveva più la forza di guidare. Fummo presi dal  panico anche perchè l’acqua continuava ad entrare nel gommone. Si sentivano le grida disperate e i lamenti di tutti che chiedevano allo scafista  di condurci in Italia. Per fortuna un giorno abbiamo avvistato un elicottero italiano che ci ha tratto in salvo”.

“Alla partenza avevamo  preparato dei panini, del tonno e l’acqua per bere, ma è finito tutto il primo giorno. Non potevamo portare con noi tante cose sia perchè non c’era spazio nemmeno per noi, sia perchè c’era da stare attenti al peso  già al limite .”

“A Lampedusa mi sono reso conto  di quanto sono stato fortunato ad arrivare anche se ho avuto molta  paura per mia moglie, avevamo sentito dei molti naufragi che c’erano stati nei mesi precedenti.
Sono rimasto  tre mesi nell’isola siciliana senza avere notizie, poi per fortuna un mio amico con l’aiuto dei social network è riuscito a mettersi in contatto con una sua amica  che rintracciò Atikah, dicendoci che si trovava ospite in un centro a Milano.
Da quel momento sono sempre rimasto in contatto con lei e, tre mesi dopo, ho avuto anche la gioia di riabbracciarla quando hanno trasferito sia me che lei qua in Toscana.
Ora siamo in attesa del riconoscimento della protezione internazionale, ci hanno detto che ci vorrà del tempo e poi però non saremo più costretti a tornare in Nigeria. In queste ultime settimane abbiamo iniziato a lavorare in una fattoria ed è molto bello per noi  renderci utili alla comunità della nazione che ci ospita.”

Mentre Joseph parla, talvolta anche con fervore,  Atikah rimane in silenzio con l’espressione di chi non ha parole per raccontare quello che ha vissuto!

Viene da chiedersi: che ne sarà di loro?

Ma il cammino della speranza per Atikah e Joseph è già iniziato!