di Claudio Molinelli – Il Canta Maggio, o più esattamente, il Calendimaggio è una festa popolare di origini antichissime.

In epoca remota in Europa la notte del 30 aprile i Celti festeggiavano Beltane, momento dell’anno in cui era possibile entrare in contatto con il regno degli spiriti e delle fate. In Germania e Scandinavia era la notte di Valpurga; la festa assume oggi in Gran Bretagna il nome di May day, in Spagna è la Festa della Santa Croce, in Francia e Svizzera è il Feuillu, dove sfilano carri addobbati di rami fioriti e si danza intorno all’albero di maggio.

I Liguri e gli Etruschi hanno diffuso questo rito in Italia, dove la festa ha assunto il nome di Calendimaggio e si è affermata nel Trecento, connotandosi in particolare come celebrazione della rifioritura della primavera. Il Calendimaggio si celebrava infatti il primo giorno di maggio – calendedi maggio – con festeggiamenti che si prolungavano praticamente per tutto il mese.

A Firenze, “città del fiore”, la festa cominciava il 30 aprile con la sospensione di ogni attività mercantile e artigiana e l’inizio di sfilate e cortei per le vie cittadine fra l’allegria della folla che colmava le strade, le finestre e i balconi, ornati da festoni di alloro, arazzi e bandiere. Per lungo tempo la festa, di origine pagana, ebbe anche un’impronta religiosa tanto che era usanza inghirlandare tutti i tabernacoli e alla Compagnia del Ceppo si offrivano fiori benedetti.

A Calendimaggio l’Arte dei Calzolai onorava San Filippo suo protettore, allestendo un altare sul quale si celebravano messe all’aperto davanti alla statua del santo eretta in un’edicola all’esterno di Orsanmichele e si procedeva con grandi addobbi,tra cui la consueta “fiorita”, un tappeto per terra di foglie e fiori primaverili.

Famosi erano i conviti di Calendimaggio che accoglievano intorno alle mense popolo e signori. Nel 1274, proprio a calendimaggio, come ricorda più tardi il Boccaccio, Dante allora fanciullo di nove anni incontra per la prima volta Beatrice.

All’interno della festa particolare importanza avevano le canzoni, dette “maggi”, o canti del maggio, che erano eseguite da brigate di giovani e di ragazze che, ornata la testa da ghirlande di fiori e intrecciando danze sotto la direzione della neoeletta “regina di maggio” o “sposa di maggio”, andavano di casa in casa presso le fanciulle fidanzate, ricevendo in cambio fiori. Le comitive dei “cantamaggio”, che usavano arricchire le loro melodie con “rifioriture” e ritornelli, e dei “maggiaioli”, cioè coloro che cantavano le “maggiolate” e serenate, erano precedute da un giovane che portava “il majo”, ramo fiorito e infioccato che rappresentava la primavera.

Di queste celebrazioni primaverili ci sono numerose testimonianze poetiche, anche dotte, fra le quali quella famosa di Agnolo Poliziano e le ballate di Lorenzo il Magnifico.

Al Poliziano si deve una delicata descrizione della festa:

«Ben venga maggio /
E ‘I gonfalon selvaggio! /
Ben venga primavera! che vuoi l’uom s’innamori. /
E voi donzelle a schiera! con li vostri amadori,! che di rose e di fiori, /
vi fate belle in maggio,! Venite alla frescura! delli verdi arbuscelli»

 

 

Questa lunga e gloriosa tradizione rivive ora nel Canta Maggio di San Godenzo.

L’appuntamento è per mercoledì 30 aprile quando la popolazione aspetta il passaggio dei “maggiaioli” per le vie, per ritrovarsi poi tutti insieme in Piazza Dante per festeggiare con canti, balli e tanta allegria.

L’iniziativa è organizzata dal gruppo dei “Maggiaioli di San Godenzo” che, partito in sordina con otto persone alla fine del 1980, è ora composto da circa 20 elementi. L’iniziativa recupera lodevolmente un’antica tradizione, cercando di portare un augurio di pace e festeggiare il risveglio della primavera quale simbolo di fecondità ed abbondanza. Un tentativo di riannodare quel filo che in passato univa indissolubilmente la vita delle persone ai cicli della natura, seguendo ritmi più lenti e uno stile di vita più semplice e, probabilmente, più armonioso.