a cura di Doriano Vincenzo De Luca 
Cara Repubblica,
ottant’anni fa venivi al mondo fra le rovine. Attorno a te c’erano città devastate, famiglie spezzate, un’economia in ginocchio e una coscienza nazionale ferita. Quelle macerie non furono il frutto di una fatalità della storia. Furono la conseguenza di precise responsabilità politiche e morali. Il fascismo aveva soffocato le libertà, perseguitato il dissenso, introdotto le leggi razziali, trascinato l’Italia nella tragedia della guerra e infine condotto il Paese alla catastrofe. La tua nascita segnò anzitutto questo: il rifiuto di un’idea di potere fondata sulla forza e l’affermazione di una comunità fondata sul diritto, sulla libertà e sulla dignità della persona.
Da quella ferita prese avvio una delle stagioni più straordinarie della nostra storia. Milioni di donne e uomini ricostruirono il Paese con una tenacia che oggi fatichiamo persino a immaginare. Le case, le fabbriche, le scuole, le strade tornarono a sorgere là dove pochi anni prima dominavano le macerie.
In quella difficile rinascita anche la Chiesa svolse una funzione essenziale. Mentre le città venivano ricostruite nella pietra e nel cemento, una fitta trama di parrocchie, associazioni e opere sociali contribuiva a ricostruire ciò che nessun piano economico avrebbe potuto restaurare da solo: la fiducia reciproca, il senso di comunità, l’idea che il destino individuale fosse inseparabile da quello collettivo. Quella presenza ha accompagnato l’intera storia repubblicana e continua ancora oggi a rappresentare, pur con le fragilità e le ombre proprie di ogni realtà umana, una delle espressioni più diffuse della solidarietà sociale e della cura delle persone.
Gli anni del boom economico trasformarono profondamente l’Italia. Un Paese ancora prevalentemente agricolo divenne una delle principali potenze industriali del mondo. Intere generazioni videro migliorare le proprie condizioni di vita e scoprirono nella conoscenza, nel lavoro e nell’intraprendenza strumenti di emancipazione individuale e collettiva. Fu una stagione nella quale l’ingegno italiano seppe tradursi in sviluppo, innovazione e benessere.
Poi arrivarono gli anni più inquieti della tua giovane vita. Gli anni delle stragi, del terrorismo, delle trame oscure. Gli anni nei quali la democrazia venne sfidata da pulsioni autoritarie che immaginavano scorciatoie golpiste e da una violenza politica che pretendeva di sostituirsi al confronto democratico. Da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, passando per una lunga sequenza di attentati che insanguinarono il Paese, il terrorismo neofascista cercò di seminare paura e destabilizzazione. Le Brigate Rosse tentarono di imporre la logica delle armi al posto di quella delle istituzioni. L’assassinio di Aldo Moro rimane uno dei momenti più dolorosi della tua storia: il punto nel quale la violenza colpì non soltanto un uomo, ma la possibilità stessa del dialogo politico.
Gli anni Ottanta sembrarono riportare fiducia e prosperità. L’Italia cresceva, consumava, guardava al futuro con ottimismo. Tuttavia, sotto quella superficie, si accumulavano squilibri profondi. Negli anni Novanta emerse con evidenza una corruzione che aveva progressivamente contaminato il sistema dei partiti, le amministrazioni pubbliche, gli enti locali, i rapporti tra politica ed economia, fino a intaccare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. La fine della cosiddetta Prima Repubblica rappresentò il tramonto di un’intera stagione storica e l’inizio di una lunga transizione che, per molti aspetti, non si è ancora conclusa.
Il nuovo millennio avrebbe richiesto una visione all’altezza delle grandi trasformazioni tecnologiche, economiche e geopolitiche. Troppo spesso ci ha trovati incerti. Alla frammentazione del quadro politico si è progressivamente accompagnata una più profonda frammentazione sociale. Comunità che faticano a riconoscersi come tali, territori che procedono a velocità diverse, generazioni che sembrano parlarsi sempre meno. Nel frattempo le mafie hanno esteso la propria influenza ben oltre i confini tradizionali, insinuandosi nei gangli dell’economia e della società, mentre l’innovazione è stata spesso inseguita anziché guidata e troppi giovani hanno cercato altrove le opportunità che il loro Paese non riusciva a offrire.
Eppure la tua storia non può essere letta come una semplice successione di crisi.
Tu sei una delle nazioni che hanno contribuito a dare forma all’Europa unita. Sei tra i Paesi che, dopo le devastazioni del Novecento, hanno scelto di affidare il proprio destino non alla competizione fra nazionalismi, ma alla cooperazione tra popoli. In un tempo nel quale riemergono guerre, paure e tentazioni identitarie, quella scelta conserva un valore che va ben oltre la dimensione economica: rappresenta una delle più alte espressioni della civiltà politica europea.
L’Italia possiede ancora risorse che nessun indice statistico riesce a misurare pienamente. Possiede una straordinaria densità di storia, cultura, creatività e saperi. Possiede università, centri di ricerca, imprese, comunità civiche e professionali capaci di generare innovazione. Possiede soprattutto una peculiare capacità di tenere insieme memoria e cambiamento, radici e apertura, identità e dialogo.
È da qui che dovrebbe prendere forma il futuro.
E in questo futuro Napoli può svolgere un ruolo decisivo.
Per troppo tempo il Mezzogiorno è stato raccontato come una questione da risolvere anziché una risorsa da valorizzare. Napoli, in particolare, è stata spesso imprigionata tra stereotipi opposti e ugualmente ingannevoli. Eppure la sua storia racconta altro. Racconta una città che per secoli è stata uno dei grandi centri politici, culturali e intellettuali d’Europa; una città capace di elaborare pensiero, arte, diritto, scienza e umanesimo.
Napoli può e deve tornare a essere una capitale del Mediterraneo. Non per nostalgia di antiche grandezze, ma per la forza di una vocazione che la geografia e la storia continuano ad assegnarle. In un’epoca segnata da conflitti, migrazioni, diseguaglianze e nuove frontiere, il Mediterraneo rappresenta uno dei luoghi decisivi del mondo contemporaneo. Napoli può aiutare l’Italia a riscoprirne il significato più profondo: non una linea di separazione tra sponde diverse, ma uno spazio di incontro tra civiltà.
Da Napoli e dal Mediterraneo potrebbe venire una delle grandi idee del futuro italiano: una presenza internazionale fondata sulla pace, sul dialogo, sull’accoglienza, sulla cooperazione tra i popoli. Una presenza capace di ricordare all’Europa che la propria identità non nasce dall’esclusione, ma dall’incontro; non dalla chiusura, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro un interlocutore e non una minaccia.
Cara Repubblica,
ottant’anni fa sei sorta dalle macerie di una guerra che aveva insegnato all’Europa quanto fragile possa diventare la civiltà quando smarrisce il senso della persona, della libertà e del limite.
Da allora hai attraversato grandezze e miserie, slanci e cadute, speranze e delusioni. Hai conosciuto la povertà e la prosperità, il terrorismo e la rinascita, la fiducia e il disincanto. Eppure sei ancora qui.
Non perché tu sia stata migliore di altri Paesi. Perché milioni di donne e uomini hanno continuato a credere che la democrazia meritasse di essere difesa, corretta, persino contestata, ma mai abbandonata.
Oggi, nel giorno del tuo ottantesimo compleanno, il passato merita gratitudine. Il futuro pretende coraggio.
E forse il luogo dal quale ricominciare a immaginarlo è proprio quel mare che da millenni accompagna la nostra storia. Il Mediterraneo che unisce le sponde, mescola le culture e ricorda a ogni popolo che nessuna identità si costruisce nell’isolamento.
Se Napoli saprà tornare a essere una delle sue capitali morali e culturali, se l’Italia saprà riconoscere in quel mare una vocazione e non un confine, allora potrà offrire all’Europa qualcosa di cui oggi vi è un immenso bisogno: una visione fondata sull’incontro anziché sulla contrapposizione, sulla pace anziché sulla paura, sulla fraternità anziché sull’indifferenza.
Sarebbe un modo degno di entrare nel tuo secondo secolo di vita.
Non guardando alle macerie da cui sei nata ma all’orizzonte verso cui sei chiamata a navigare.