Le parole per dirlo

- a cura della redazione di OrientePress – foto di Edoardo Abruzzese - Noi di OrientePress, discepoli di Tullio De...

- a cura della redazione di OrientePress – foto di Edoardo Abruzzese -

Noi di OrientePress, discepoli di Tullio De Mauro, non possiamo fare a meno di fare riferimento, nei vari e diversificati frangenti della vita  quotidiana, a quella “Guida all’uso delle parole” che ci ha formati.

Questa volta abbiamo voluto scegliere e condividere uno stralcio delle parole di Antonio Scurati pubblicate sul Corriere della Sera del 10 aprile scorso, lasciando a ciascun lettore la pausa di riflessione che dovrebbe conseguirne.

Arrivano momenti nella storia dei popoli nei quali le parole non solo sono importanti ma addirittura vitali. Questo è uno di quei momenti. Eppure, purtroppo, proprio ora quelle parole mancano, le bocche che dovrebbero pronunciarle tacciono. (…)

Il linguaggio umano verbale è prodigo di numerose funzioni: con le parole si può nominare, spiegare, descrivere, inventare, informare, raccontare, conoscere e via dicendo. Con le sole parole si può addirittura agire ma la prestazione più alta cui la parola umana possa elevarsi è niente meno che la sopravvivenza stessa. La lotta interminabile con cui la specie umana — costantemente sottoposta a minaccia mortale — tenta faticosamente di mantenersi in vita trova nella parola un alleato fondamentale.(…)

Ciò accade soprattutto nei frangenti del dramma collettivo. È allora che il discorso pubblico può e deve persuadere a tenere linee di condotta prudenti (l’autoreclusione, nel nostro caso) o muovere a un agire straordinario (la militanza «eroica» del personale sanitario). Ma quel tipo speciale di parola può avere un raggio ancora più vasto: l’eloquenza pubblica può dare una versione accettabile di una realtà terribile. Non si tratta di mistificare, nascondere, ingannare. Al contrario, si tratta di narrazioni veritative che illuminino il dramma con una luce che lo renda sopportabile, che renda il vivere possibile e, in taluni casi estremi, anche il morire accettabile. Proteggere gli uomini dalla violenza brutale della realtà conferendole un senso. Rincuorare. Di questo è capace l’arte oratoria degli uomini eminenti nei frangenti drammatici (…)

Nei cieli dell’eloquenza troviamola preghiera di Papa Francesco nella Piazza del Vaticano deserta,la cui portata epocale dipende forse più dalla potenza immane della scenografia che non dalla parola in se stessa («Dio, non lasciarci in balia della tempesta»); e, troviamo, non a caso, un altro leader venuto dal Novecento, la Regina Elisabetta la quale, forte di una tradizione che tramite Churchill risale fino a Shakespeare ( Enrico V), rincuora il suo popolo con la mossa retorica di usurpare l’autorità del futuro per conferire al presente la suprema dignità di evento storico memorabile («Chi verrà dopo di noi dirà che i britannici di questa generazione sono stati forti come nessun altro»).
Parlare a vanvera implica spesso agire in maniera scomposta, andare allo sbaraglio.

Io credo che, prima di parlare di qualsiasi «fase 2», noi si debba piangere i nostri morti. È essenziale non solo per la nostra dignità morale e salvezza spirituale ma anche per il futuro della nostra comunità politica. Poiché mi scopro inadeguato al compito, vorrei insieme a tutti voi compiangere i nostri morti affidandomi alle sconsolate, implacate ma pietose parole del poeta: «E tu, padre mio, là sulla triste altura / maledicimi, benedicimi, ora con le tue lacrime furiose. Te ne prego. / Non andartene docile in quella buona notte / infuria, infuria contro il morire della luce». ( Dylan Thomas “ Do not gentle into that good night”)