di Sergio Bedessi – E’ di questi ultimi giorni (ANSA – 17 maggio) la notizia che un poliziotto della Squadra Mobile di Palermo, Sezione Antirapine, ha ucciso il proprio figlio di sette anni e poi si è suicidato; il bambino non è morto immediatamente, ma poche ore dopo.

Le notizie degli organi di informazione riportano che nel suo appartamento sono state trovate diverse lettere dove Ivan Irrera manifestava le sue preoccupazioni per il futuro, particolarmente a causa di alcuni debiti, lettere dove chiede scusa a tutti ed in particolare alla moglie e dalle quali si capisce che l’intenzione c’era già stata precedentemente all’evento, ma che poi aveva desistito.

I parenti ed i colleghi di lavoro lo definiscono come una persona estremamente equilibrata, e non riescono a credere a ciò che è accaduto.

Pochi giorni dopo (22 maggio), un altro poliziotto spara alla moglie e poi si suicida.

Questa volta sembrerebbe che il motivo sia da ricondurre a motivi sentimentali, almeno stando alle prime ricostruzioni.

Già prima di questi ultimi due casi, gli ultimi venti giorni circa erano stati funestati da molti casi di suicidio o di omicidio – suicidio; recuperando le notizie ANSA si può infatti così ricostruire la cronologia:

  • 22 maggio – un poliziotto uccide la moglie e poi si spara;
  • 21 maggio – un ristoratore si uccide, probabilmente per problemi economici e sentimentali;
  • 20 maggio – una persona non identificata viene trovata impiccata a Bari e si pensa al suicidio;
  • 18 maggio – un cassaintegrato si suicida nel viterbese gettandosi da un ponte;
  • 18 maggio – un detenuto, che aveva ucciso i figli, si suicida in cella;
  • 17 maggio – un poliziotto della Squadra Mobile di Palermo uccide il figlio e poi si suicida;
  • 15 maggio – a Palermo una persona uccide la moglie e poi si suicida;
  • 9 maggio – a Milano un uomo si suicida buttandosi sotto il treno;
  • 8 maggio – un ex imprenditore si suicida nel milanese;
  • 6 maggio – il vicedirettore della RAI TGR Paolo Petruccioli si suicida gettandosi dalla finestra;
  • 4 maggio – una guardia giurata a Roma spara alla moglie e poi si suicida;
  • 4 maggio – a Ponsacco un disoccupato si suicida lanciandosi nel vuoto dall’alto di un palazzo;
  • 3 maggio – in provincia di Bari, uccide la moglie e due figli e poi si suicida;
  • 2 maggio – un detenuto maghrebino si suicida a Catanzaro;
  • 30 aprile – un appartenente alla polizia penitenziaria si suicida nel carcere minorile di Lecce.

Tralasciando le notizie straniere (il 16 maggio, in Francia, una persona si suicida davanti ad un asilo e il 21 maggio uno storico francese si suicida a Parigi nella cattedrale di Notre Dame), che possono comunque servire a verificare come vi sia indubbiamente una aumentata attenzione, da parte degli organi di informazione e standosene ai lanci ANSA (per cui non si esclude che vi siano altri suicidi o altre morti al momento non catalogate come suicidio) degli ultimi 20 giorni circa, si viaggia alla media di un suicidio ogni meno di 48 ore, per un totale di 15, dei quali ben 3 sono relativi a poliziotti.

Indipendentemente dai casi specifici, che sono sempre casi umani, sembra che si stia dando poca attenzione ad un fenomeno che invece sta aumentando e sta divenendo endemico: il suicidio in polizia, spesso accompagnato da un precedente omicidio.

Da un punto di vista generale si può dire che certamente il suicidio è anche un problema psichiatrico; chi arriva a togliersi la vita ha sicuramente (anche) problemi di tipo personale: prova una sofferenza atroce di fronte a sconfitte ed umiliazioni e vede il suicidio come l’unica via d’uscita per porre fine alla sofferenza mentale che sta provando.

L’errore però sarebbe relegare il problema esclusivamente nell’ambito personale; quello che si sa ormai da molto tempo è che il suicidio non è un problema solo psichiatrico o psicologico: è anche un problema sociale e sociologico[1].

La persona che si suicida non vive avulsa dal contesto sociale e questo contesto ha indubbiamente una responsabilità nell’evento; l’affermazione è tanto più vera quando si tratta di poliziotti che svolgono il proprio difficile lavoro letteralmente immersi nel contesto sociale del quale assorbono tutte le contraddizioni e le problematiche.

Inoltre il poliziotto è più esposto, rispetto alla generalità delle persone, al rischio suicidio per vari motivi, uno dei quali è senza dubbio l’avere a disposizione uno strumento facile per commetterlo: l’arma d’ordinanza.

Ci si deve allora chiedere se non vi sia la necessità di verificare meglio lo stato psicologico dell’operatore di polizia, con riferimento alla capacità di gestire l’arma che ha in dotazione, non solo al momento dell’assunzione (cosa che senza dubbio viene fatta), ma anche durante l’intera carriera professionale (cosa che non sempre viene fatta, almeno per gli appartenenti alla polizia locale).

La prima domanda che ci si dovrebbe porre è: i dati che sopra sono stati elencati, fanno rientrare il suicidio dei poliziotti nella media dei suicidi (peraltro in aumento) della popolazione italiana in generale, oppure esiste un aumento dei suicidi in polizia rispetto alla generalità?

In caso di risposta affermativa ci si dovrebbe poi chiedere quali sono le cause di questo fenomeno specifico.

Infine ci si deve porre il problema di una prevenzione, possibile senza dubbio a livello generale, ma tanto più doverosa nel caso specifico di chi appartiene ad un organo di polizia.

Purtroppo manca un osservatorio nazionale sul fenomeno dei suicidi ed una politica di prevenzione specifica; a questo si aggiunga che manca un’attenzione al fenomeno dei suicidi in polizia, se non altro perché vi è una cripticità di alcuni dati che sarebbero invece utili per l’analisi. In più le organizzazioni di polizia tendono a definire il problema come personale anche perché ammettere che il suicidio potrebbe essere derivato (anche) da cause che risalgono all’organizzazione, avrebbe conseguenze rilevanti, sia dal punto di vista delle responsabilità, sia dal punto di vista delle misure di prevenzione che si dovrebbero adottare.

Che i suicidi, a livello generale, siano aumentati è chiaro, ed è la stessa ANSA che lo riporta citando uno studio contenuto nel Rapporto Osservasalute 2012 (presentato il 29 aprile 2013 all’Università Cattolica di Roma, secondo il quale, oltre ad essere aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (quadruplicato in dieci anni), è aumentato il tasso di suicidi, “…in continuo aumento negli ultimi anni, che nel biennio 2008-2009 si é attestato a 7,23 per 100.000 residenti dai 15 anni in su (nel 2009 se ne sono registrati 3870 contro i 3.607 del 2006)…”.

Lo stesso rapporto osserva: “… un aumento dei suicidi tra gli uomini (in particolare tra i 25 e i 69 anni) per i quali il tasso è passato da 11,70 (per 100.000) nel 2006 e nel 2007 a 11,90 (per 100.000) nel 2008 e 12,20 (per 100.000) nel 2009. A togliersi la vita è un uomo nel 77% dei casi (il tasso di mortalità è pari a 12,05 per 100.000 per gli uomini e a 3,12 per le donne).”.

E’ chiaro dunque che i suicidi, a livello generale, sono in aumento e osservando la percentuale di quelli commessi da appartenenti ad organi di polizia è altrettanto chiaro come vi sia un problema del suicidio in polizia.

Il problema era già stato rilevato, da alcuni anni, da vari sindacati di categoria[2].

Dunque al problema della mancanza di una politica generale di prevenzione del fenomeno suicidio, si aggiunge la mancanza di controlli specifici che da soli potrebbero certamente servire a prevenire il fenomeno suicidio in polizia.

Ci si deve dunque chiedere quali possano essere le cause che stanno facendo aumentare questo fenomeno e se sia possibile una prevenzione o, quanto meno, l’individuazione di segnali che possano aiutare a prevenire il fenomeno del suicidio in polizia, al di là dei controlli medici con cadenza annuale (che non sempre sono in grado di individuare qualcosa a meno che non via siano patologie evidenti in sede di visita medica).

Molti autori sono concordi che segnali preoccupanti in questo senso possano essere:

–          precedenti tentativi di suicidio. Ovvio che chi ha già tentato il suicidio sia un soggetto a rischio al quale andrebbe, quanto meno, tolta la disponibilità dell’arma di ordinanza e che l’aver già tentato il suicidio, qualora le cause che hanno condotto al gesto non siano risolte, sia il più importante segno premonitore;

–          cambiamenti comportamentali. Improvvisi cambiamenti del comportamento usuale possono essere un segnale del fatto che l’operatore di polizia sta vivendo un momento di disagio psicologico, dovuto a cause a monte. Il cambiamento comportamentale deve essere riguardato come un segnale utile ad indagare le cause che l’hanno generato che, se non risolte, potrebbero portare al suicidio;

–          stati di agitazione e di aggressività. Il verificarsi, durante il servizio, di stati d’agitazione e, di più, di aggressività, dovrebbe essere un segnale che fa riflettere chi ha la responsabilità del personale;

–          alternarsi, in cicli brevi, di stati euforici a stati di depressione. L’alternarsi, in cicli brevi (se si tratta di cicli lunghi si può pensare a ciclotimia o a disturbi bipolari) di stati euforici, nel quale l’operatore di polizia dà il meglio di sé stesso, a stati di depressione, nei quali lo stesso diviene improduttivo o comunque carico di negatività, deve far pensare ad un forte disagio psicologico del soggetto;

–          esternazione ricorrente di pensieri sul concetto di morte. L’esternazione ricorrente di concetti che riguardano la morte, o anche qualcosa strettamente correlato (ad esempio il predisporre e l’organizzare le cose personali per quando si sarà morti) deve essere un segnale da percepire da parte del responsabile del servizio;

–          frequenti assenze dal servizio per malattia. Al di là delle specifiche cause mediche (che fra l’altro non sono osservabili direttamente vista la segretezza di questi dati), un’eccessiva frequenza delle assenze dal servizio per malattia è un segnale di una certa importanza, anche perché lo stato psicologico influisce sulle malattie fisiche.

Una lista completa, anche se non esaustiva, dei fattori di rischio per il suicidio (per la popolazione in generale e per i tre ambiti individuale, socio-culturale, situazionale) è fornita dalla Organizzazione Mondiale per la Sanità (World Health Organization); questa lista, opportunamente contestualizzata per il lavoro in polizia, può senz’altro aiutare tenuto conto che il suicidio è un fenomeno con origine multifattoriale che avviene al momento che si crea il precipitare di una concomitanza di questi fattori.

Al di là dei segnali anzidetti si dovrebbe avere riguardo al fatto che il poliziotto potrebbe essere esposto, in quel determinato periodo, a problemi economici (esempio: debiti per i quali si trova in difficoltà per la restituzione), a problemi familiari (esempi: ipotesi di litigio, separazione o divorzio, aggravate dalla presenza di figli), ai quali possono aggiungersi le problematiche ingenerate dall’esposizione a situazioni con forte impatto emotivo, che certamente connotano il lavoro in polizia.

Fra queste ultime: interventi di servizio che portano il poliziotto ad esporsi a pericoli gravi, interventi nei quali sono coinvolti minori, interventi ove il poliziotto viene a diretto contatto con la morte, sia perché viene esposto alla vista di cadaveri, magari martoriati, sia perché potrebbe essere incaricato di comunicare la notizia di un decesso ai familiari della vittima.

Certamente questi eventi critici possono indurre particolari stati psicologici nel poliziotto che vanno a sommarsi a quelli già esistenti, inducendo reazioni emotive che possono andare dal disturbo acuto da stress, al disturbo post-traumatico da stress, dai disturbi del sonno a particolari manie di evitazione di luoghi e stimoli associati all’evento traumatico, dall’iperattività alla riduzione della reattività emozionale, costituendo altrettanti viatici per il suicidio.

Vi è poi un fattore che allo stato attuale non risulta essere ancora studiato e che invece dovrebbe essere considerato come uno dei fattori di rischio più importanti: il disgregarsi del sentimento di appartenenza ad istituzioni o meglio il disgregarsi della sensazione che listituzione protegge il proprio appartenente.

Uno dei sentimenti più forti che esistevano in passato, infatti, nelle organizzazioni di polizia, un po’ come in quelle militari, era l’appartenenza all’istituzione e, correlata ad essa, la sensazione, peraltro connessa alla certezza, che l’istituzione in qualche modo proteggesse il proprio appartenente dagli eventi esterni; gli ultimi anni hanno visto però fatti paradossali, nei quali i poliziotti molte volte si sono sentiti (e sono stati) lasciati soli, a torto o a ragione, dalla stessa istituzione cui appartenevano.

Del resto è indubbio che vi sia stato un progressivo sgretolarsi della cornice di valori che teneva insieme anche lo Stato, e con esso molte istituzioni, e che questo sgretolarsi si stia riflettendo ormai a livello individuale.

Tutto questo porta ad un paradosso: il poliziotto, che per lavoro dovrebbe avere un equilibrio psichico più stabile di altri soggetti, e che in effetti lo dimostra di fronte ad eventi esterni che producono stress,  sembra tendere a perderlo quando gli eventi che producono stress provengono invece dall’interno dell’istituzione cui appartiene o almeno quando vengono a cadere una serie di punti di riferimento importanti.

Se si vuole si può intravedere anche un accomunamento con i suicidi messi in atto da altri soggetti riguardo alla responsabilità ed al senso di colpa che il suicida prova: la sensazione di non riuscire più ad onorare la responsabilità che ci si è assunta (responsabilità verso i dipendenti per gli imprenditori, responsabilità verso i figli per i padri, responsabilità verso lo Stato per i poliziotti).

Tutto questo dovrebbe portare  i responsabili, ai vari livelli, del lavoro dei poliziotti al momento in cui percepisce in qualche operatore alcuni dei segnali anzidetti a :

–          farsi un quadro chiaro della situazione, con riferimento anche alla frequenza delle assenze del dipendente;

–          procedere quanto meno con colloqui individuali tesi a comprendere se l’operatore stia effettivamente vivendo un momento di disagio personale che possa avere risvolti psicologici e comportamentali;

–          richiedere il supporto del medico incaricato dall’ente per la sicurezza sul luogo di lavoro, affinché lo stesso possa eventualmente disporre apposita visita specialistica.

Un’altra operazione utile, tenuto conto che le problematiche psicologiche sono innescate da problematiche pratiche (disagio familiare, disagio economico, disagio sullo stesso posto di lavoro), può essere quella del supporto fra pari, già vantaggiosamente sperimentata in alcune strutture di polizia[3].

Quello che manca a livello generale e al pari di quanto avviene un altri paesi (esempio: USA) è la costituzione di una rete di aiuto che consenta a chi si sente a disagio di avere un supporto effettivo, pratico, immediato.

Un’altra accortezza che si dovrebbe avere, senza per questo inneggiare alla censura, è quella di non enfatizzare le notizie dei suicidi per evitare quello che viene chiamato “effetto Werther”, termine coniato dal sociologo David Phillips e che prende il nome dal romanzo di Goethe “I dolori del giovane Werther” nel quale il protagonista sceglie il suicidio come modo per mettere fine alla propria sofferenza; è notorio come a seguito della pubblicazione del libro si assisté ad una ondata di suicidi in tutta l’Europa. Questo fenomeno viene detto anche “copycat effect”, in definitiva un effetto emulativo innescato dalla notorietà provocata dall’enfasi dei mass media.

Tutto questo non è detto che automaticamente possa scongiurare un suicidio, ma sicuramente può servire dal punto di vista della prevenzione, oltre che essere doveroso per una società che abbia a cuore  la VITA di tutti i cittadini.



[1]              Il sociologo Émile Durkheim fu fra i primi a studiare il fenomeno sotto questo punto di vista (cfr.  É. Durkheim, Il suicidio, Rizzoli, Milano 2007, opera originale É. Durkheim, Le Suicide : Étude de sociologie, Paris, Félix Alcan, 1897)

[2]              (cfr. COISP – “Suicidi in polizia: chi è responsabile? … a un aumento dei suicidi tra gli uomini (in particolare tra i 25 e i 69 anni) per i quali il tasso è passato da 11,70 (per 100.000) nel 2006 e nel 2007 a 11,90 (per 100.000) nel 2008 e 12,20 (per 100.000) nel 2009. A togliersi la vita è un uomo nel 77% dei casi (il tasso di mortalità è pari a 12,05 per 100.000 per gli uomini e a 3,12 per le donne)”.  – LISAPP – “Finalmente al DAP si accorgono del problema dopo quasi 100 suicidi dal 2000”  – SAP – “Aumentano i suicidi, servono soluzioni concrete”).

[3]              Su questo vedere: www.cerchioblu.eu sezione “Supporto psicologico fra pari”.