servizio di Silvia Fugi – foto di Edoardo Abruzzese
Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato un’esortazione, semplice quanto potente, pronunciata da Papa Leone XIV: la necessità di “disarmare le parole”. E ha aggiunto, con sobrietà e chiarezza, che si tratta di un invito da raccogliere per il tempo che stiamo vivendo, in cui il linguaggio pubblico sembra aver perso moderazione e consapevolezza delle proprie conseguenze.
Lo scenario internazionale è segnato da conflitti, minacce, instabilità, disumanità.
La guerra, purtroppo, è tornata protagonista della storia contemporanea e, con l’uso sfrenato delle armi, si è imposto un lessico sempre più duro e aggressivo. Accade nei palazzi del potere come nei media, nei social, nelle relazioni.
La tensione del mondo si riflette nel modo, troppo spesso assai brutale, in cui parliamo.
Negli ultimi anni abbiamo ascoltato espressioni in cui avversari politici sono stati definiti “nemici del popolo”, intere nazioni descritte come “parassiti”, relazioni tra Stati liquidate con frasi come “li spazzeremo via in pochi giorni”, migrazioni ridotte a “invasioni” ed esseri umani in cerca di salvezza definiti “animali”. Parole crudeli, pronunciate davanti a milioni di persone e rilanciate all’istante dalla stampa globale, che hanno contribuito ad alzare la temperatura del confronto ben oltre il merito delle questioni.
La comunicazione non può scherzare con il fuoco, soprattutto quando in gioco c’è l’equilibrio tra i popoli.
Il Presidente Mattarella, nel suo messaggio, ha insistito sul valore del rispetto, della responsabilità civile collettiva, della misura. Le parole, infatti, non sono neutre, possono aprire spazi di dialogo o scavare abissi. Disarmare le parole significa allora riconoscere che il linguaggio può diventare il primo strumento di distensione e non fattore di escalation.
Il tema chiama in causa ciascuno di noi: riguarda chi governa, chi informa, chi forma, chi scrive, chi insegna; imparare a scegliere termini corretti, per quanto incisivi, significa rifiutare il linguaggio dell’odio mascherato da franchezza.
Non si tratta di rinunciare al confronto, né di edulcorare la realtà. La democrazia vive di pluralità e di opinioni forti. Esiste però una differenza netta tra fermezza e violenza verbale, tra critica e delegittimazione, tra chiarezza e brusca semplificazione: quando la parola diventa arma, con provocazioni o etichette offensive, lo scambio reciproco si interrompe e la complessità viene sacrificata.
In un tempo così fragile, le parole possono ancora essere strumenti di cura e favorire la coesione?
Assolutamente sì, a partire dal quotidiano, dall’attenzione nello scegliere la qualità del nostro lessico.
Se è vero che il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a plasmarla, allora forse il punto nodale è che bisogna pensare di più prima di parlare. Fuori da ogni retorica, uno dei pochi atti concreti ancora alla nostra portata per dare alla Pace qualche possibilità, è restituire peso alle parole.
Occorre trovare il tempo per riflettere, sottrarre le parole alla fretta e al rumore eccessivo, dosarle, riscoprire la potenza di una dote che oggi ha quasi del soprannaturale: la gentilezza!


