SOCIAL NETWORK E SICUREZZA URBANA

servizio e immagini a cura di Edoardo Abruzzese   SOCIAL NETWORK E SICUREZZA URBANA.La nuova frontiera per gli organi di...

servizio e immagini a cura di Edoardo Abruzzese

 

Foto di Edoardo Abruzzese, 2015

SOCIAL NETWORK E SICUREZZA URBANA.La nuova frontiera per gli organi di polizia: dal controllo di un territorio fisico al controllo di un territorio virtuale” organizzato da CEDUS Centro Documentazione Sicurezza Urbana e Polizia Locale con il patrocinio ed il contributo della Regione Toscana – Consiglio Regionale e che ha avuto luogo nell’Auditorium di Palazzo Panciatichi.

Il convegno è servito ad analizzare l’attualissimo tema di quella che è una vera e propria terra di frontiera per gli organi di polizia: i social network.

Nuovo strumento di comunicazione per i delinquenti (recentissimo il caso degli spacciatori che utilizzavano Whatsapp per il loro commercio e miniera di informazione tanto per chi commette crimini, quanto per la polizia, utilizzati tanto dagli uni quanto dagli altri

Sergio Bedessi, presidente di CEDUS e comandante della Polizia Locale di Udine ha messo in luce come i social network e, in modo più ampio, i social media, stiano cambiando le abitudini sociali coinvolgendo in questo cambiamento anche chi si dedica ai reati e, di conseguenza, chi questi reati deve reprimere.

Sempre più spesso il ladro utilizza i social network per acquisire informazioni sul comportamento di quello che poi sarà il derubato: se vogliono svaligiarvi la casa non occorre più che il malvivente passi ore ed ore appostandosi camuffato per comprendere le vostre abitudini; basta si faccia vostro amico su internet ed in questo modo sarete voi stessi a fornirgli le informazioni che gli servono.

Mentre nuovi crimini, prima impensabili (si pensi al social network bullying) si affacciano, nuove forme di indagine, anche molto sofisticate, sono possibili; al classico criminal profiling che cercava di individuare le caratteristiche del criminale si sta sostituendo un’analisi più o meno massiccia di profili e di dati inseriti spesso proprio da chi il crimine ha commesso, magari per mania di protagonismo. E’ necessario quindi avere una visione unitaria di questa miniera di informazioni, seguire criteri rigorosi di analisi e, non ultimo provvedere ad una formazione specifica per gli organi di polizia.

Enrico Di Bella, docente di Statistica Economica e Sociale presso l’Università degli Studi di Genova, esperto in crime mapping e smart safety ha mostrato come la crescente disponibilità di dati consenta di affrontare il problema della gestione della sicurezza urbana e nazionale con nuovi strumenti da affiancare alla insostituibile conoscenza del territorio da parte delle forze dell’ordine. Da un lato, l’abbondanza di dati georeferiti gestiti dalle Amministrazioni Pubbliche consente oggigiorno di condurre analisi che possono fornire un importante quantitativo, oltre che qualitativo, alle decisioni pubbliche (evidence based decision making) con riferimento ad uno specifico territorio, dall’altro, il rapido sviluppo dei social media supera il legame tra fatti sociali e spazio fisico e pone questioni non banali sulla possibilità di analizzare i dati disponibili in social network e blog per la gestione della sicurezza locale, nazionale ed internazionale.

Il docente ha mostrato come il risultato risulti essere un insieme assai variegato di metodi e tecniche per affrontare il tema della sicurezza urbana, ponendo problemi giuridici e tecnici oltre che epistemologici.

Filomena Maggino, Docente di Statistica Sociale e di Analisi Statistica Multivariata presso l’Università degli Studi di Firenze, ha affrontato il tema dell’utilizzazione dei dati dei social network, tramite tecniche di social mining e, a monte, l’analisi dei cosiddetti “big data” tramite il data mining.

È vero che vi è una grande disponibilità di informazione, ma questa deve essere trasformata in vera e propria conoscenza per essere utilizzabile da parte degli studiosi e anche degli organi di polizia e delle agenzie di sicurezza a tutti i livelli; per far questo, così come vi sono vari filoni di estrazione dell’informazione, vi sono varie prospettive di analisi: le abitudini delle persone, le opinioni, le informazioni sulla mobilità, sui consumi, sulla sicurezza.

Una delle difficoltà che si pongono a chi effettua queste operazioni è quella che molte informazioni sono di proprietà privata e quindi divengono utilizzabili solo a pagamento; un altro problema è quello connesso al “rumore” che questi dati si portano dietro.

La docente ha anche focalizzato l’attenzione sulle problematiche connesse al diritto ad accedere a questi dati e di utilizzarli, che si porta dietro il problema della riservatezza degli stessi e dei limiti che questa riservatezza può incontrare nel caso sia in gioco la sicurezza.

Fabio Piccioni, avvocato penalista, docente presso la Scuola di Specializzazione delle Professioni Legali, ha posto il problema dell’utilizzazione dei dati recuperabili sui social network da parte degli organi di polizia ancor prima delle vere e proprie indagini di polizia giudiziaria.

Quanto è lecito prelevare informazioni da Facebook, Twitter, Picasa, Instagram, su persone che non risultano ancora formalmente indagate?

Vi sono infatti alcune fasi precedenti alle indagini vere e proprie che possono porre alcune problematiche; si tratta di quelle fasi di osservazione, che si potrebbero definire di “intelligence”, e che in epoche passate venivano effettuate dagli organi di polizia nell’ambiente fisico, per le strade di una città, e che oggi invece devono essere effettuate in un ambiente virtuale.

La differenza è che mentre con l’osservazione dell’ambiente fisico non si entrava in contatto con dati oggi definiti “sensibili” dal punto di vista della disciplina della riservatezza dei dati, oggi l’accesso degli organi di polizia ai social network e, in genere, ai social media, implica necessariamente l’accesso a dati che spesso sono appunto “sensibili”.

Se, per chi appartiene ad un organo di polizia, infiltrarsi nei social network arrivando a dissimulare la propria identità per meglio svolgere il proprio lavoro è sicuramente lecito nel caso di reati particolari, come la pedo-pornografia, meno lecito potrebbe esserlo nel caso di reati minori (prima della vera e propria attività di polizia giudiziaria) o addirittura di eventi che non è chiaro a priori se sono o meno illeciti penali.

Il legale ha commentato una recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha messo in luce proprio questi aspetti problematici fornendo  uno spunto, anche in un quadro di integrazione europea, per alcune risposte, ricordando che comunque vi sono limiti cogenti che sono quelli del codice in materia di protezione dei dati personali.

Infine Gerta Zaimi, collaboratrice del Centro Studi Strategici Internazionali e Imprenditoriali dell’Università di Firenze, ha mostrato come ormai i social media siano divenuti importante strumento di comunicazione per gruppi terroristici (grazie al fatto che le intercettazioni dei messaggi sono estremamente più difficoltose delle intercettazioni delle conversazioni telefoniche), nonché di proselitismo; da qui l’aumentato interesse non solo a livello internazionale e nazionale, ma anche a livello di sicurezza urbana per gli organi di polizia, anche locale.

Certamente non è semplice riuscire ad analizzare i flussi di comunicazione che le reti terroristiche mettono in piedi; la ricercatrice ha comunque mostrato come siano possibili tecniche di analisi che possono coadiuvare gli organi di polizia nelle indagini ed anche nelle fasi di intelligence.

Dida foto:

Edoardo Abruzzese: 20 marzo 2015 – Firenze, Consiglio Regionale della Toscana, Auditorium , Palazzo  Panciatichi , Via Cavour 4,