di Claudio Molinelli – Sì, avete letto bene!

Chi ci segue sa bene quanto abbiamo a cuore l’argomento e quanto ci faccia male la criminalizzazione di Napoli e Caserta a proposito di rifiuti: così tentiamo di controbilanciare… anche se la somma di due errori non produce un risultato “giusto”!

Come emergeva dal nostro articolo “Lotta alla criminalità  – sul recente Forum Internazionale a Castel dell’Ovo di Napoli “Un futuro senza rifiuti”, è ormai un fatto accertato che lo smaltimento illegale dei rifiuti, e non solo di quelli pericolosi, in Campania, non è un fenomeno locale, ma  nazionale, se non addirittura sovranazionale, come affermato appunto nel corso del forum  dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.

Esiste, ed è pubblico, il rapporto Balestri, dal nome del geologo che lo ha compilato, che Legambiente ha cura di presentare e diffondere e dal quale emerge chiaramente il ruolo della Toscana come sede di partenza dei rifiuti diretti in Campania

Le rotte toscane verso la terra dei fuochi

Centinaia (560 chilometri di tir in tre anni!) carichi di rifiuti di ogni genere provenienti da aziende toscane da Viareggio, Pistoia, Lucca, Pisa, Arezzo, hanno percorso l’autostrada del Sole per terminare il loro viaggio nella terra dei fuochi, nelle martoriate province di Napoli e Caserta.

Dal 2002 ad oggi, le indagini per traffico organizzato di rifiuti (ex art. 260 D.Lgs 152/2006 – ad oggi, ancora, l’unico delitto ambientale con rilevanza penale) – che hanno coinvolto aziende toscane sono 45, il 20,5% sul totale delle inchieste  su tutto il territorio nazionale, con 92 ordinanze di custodia cautelare e la denuncia di 388 persone,  coinvolgendo  ben 40 aziende e società toscane; 7 le procure che hanno indagato: Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Siena, Pisa.

Da qui la riflessione: la tragedia della terra dei fuochi non può  essere considerata solo una questione meramente campana, come superficialmente si è ritenuto finora.

Fondamentali risultano le dichiarazioni di vari pentiti di camorra che negli anni hanno raccontato la storia criminale della cosidetta Rifiuti Spa. E non solo le dichiarazioni descretate del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, ma anche quelle del pentito Gaetano Vassallo, le cui dichiarazioni sono state  vagliate in anche nel rapporto Balestri.

Nel rapporto sono elencate le ditte colpevoli di aver sversato i loro rifiuti nella Terra dei Fuochi

Le rotte illegali della immondizia univano i grandi comprensori industriali toscani, gli stabilimenti della Provincia di Massa-Carrara, del comprensorio del cuoio, del pistoiese fino alla Terra dei Fuochi.

L’inchiesta, condotta dalla Procura di Napoli, ha portato all’attuale processo a carico di 38 imputati. Le accuse dal disastro ambientale all’avvelenamento della falda. Accuse gravissime per le quali, per la prima volta in Italia, un processo per reati ambientali viene giudicato in assise, con tanto di giuria popolare.

Legambiente peraltro, già nel 1995, aveva prodotto un dossier, dal titolo “Rifiuti Spa”, dove  si denunciava il traffico illecito di tonnellate di rifiuti industriali prodotti in Toscana e smaltiti nel periodo dal 1990 al 1993 in discariche campane e calabresi: secondo un’ inchiesta della procura presso la pretura di Lucca, su indagine della Digos di Lucca, attraverso società con sedi in Toscana venivano trasferiti verso Campania e Puglia rifiuti prevalentemente industriali, come i fanghi di conceria provenienti dal polo di S. Croce sull’Arno.

Questo l’impegno di Legambiente che deve diventare l’obiettivo di responsabilità personale per ciascuno di noi:

Ricostruire le rotte dei traffici, approfondire l’esame di quanto è già stato accertato dalla Magistratura e dalle forze dell’ordine – afferma il direttore generale di Legambiente Rossella Muroni vuole essere un contributo di verità e giustizia nei confronti dei cittadini campani che vogliono riscattare il proprio territorio e affermare i principi di legalità e trasparenza. Per questo chiediamo che sia pubblicata l’attività di censimento geo/referenziato dei siti contaminati e avviata una sistematica e puntuale attività di campionamento ed analisi dei prodotti ortofrutticoli ed alimentari delle aree coinvolte”.

Delle conseguenze dell’inquinamento ambientale nella terra dei fuochi è drammatica testimonianza la recente morte del giornalista e scrittore Marcello D’Orta, autore di “Io speriamo che me la cavo” che aveva rivelato in un’ intervista di tre anni fa di aver contratto un tumore molto probabilmente riferibile all’inquinamento ambientale prodottosi nella zona.

In un momento in cui a livello giuridico si tende finalmente a inasprire la gravità dei reati ambientali, giova ricordare la posizione della Chiesa che ha già condannato duramente questo tipo di reato, configurandolo come peccato mortale; anche Papa Francesco ha ribadito la sua forte critica verso il malcostume della ”Cultura dello scarto” .

Pubblichiamo di seguito integralmente il dossier “Le rotte toscane verso la terra dei fuochi” edito da Legambiente.

Dal 2002 ad oggi le indagini per traffico organizzato di rifiuti (ex art. 260 D.Lgs 152/2006 – ad oggi ancora l’unico delitto ambientale degno del nostro Codice Penale) che hanno coinvolto aziende toscane sono 45, ben il 20,5% sul totale delle inchieste concluse su tutto il territorio nazionale.

 

Inchieste totali

% sul totale

nazionale

Ordinanze di custodia cautelare emesse

%

Ordinanze sul totale

Persone denunciate

% persone denunciate sul totale

Aziende coinvolte

Procure impegnate nelle indagini per area geografica:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

45

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20,5%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

92

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6,7%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

388

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9,5%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

40

Firenze Grosseto Livorno LuccaMassa Carrara

Siena

Pisa

 

7

Fonte Legambiente. Tabella aggiornata al 28 novembre 2013

45 indagini che hanno portato a 92 ordinanze di custodia cautelare e alla denuncia di 388 persone, coinvolgendo  ben  40  aziende  e  società  toscane;  le  procure  che  hanno  indagato:  Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Siena, Pisa. I nomi dati dagli investigatori alle inchieste, con rotte per la maggior parte dei casi verso sud, sono i più disparati: Greenland,  Murgia Violata,  Re Mida (articolata in ben tre fasi),  Poddock,  Houdinì,  Mosca,  Alta Murgia,  Sabina, Agricoltura biologica,   Poseidon,   Camaleonte,   Giro d’Italia: ultima tappa Viterbo,   Pesciolino d’Oro,   Lucca,   Cagliostro,   Sinba (Siti di interesse nazionale bonifiche attivate),   Ultimo atto Carosello,  Rubble Master,  Mare Chiaro,  Creosoto,  Olio contaminato,  Longa Manus,  Girotondo, Pseudo-Compost,  Grande Muraglia,  Castelfranco di Sotto,  Iron,  Terra Bruciata,  Quattro mani, Black Hole,   Golden Rubbish,   Dirty Energy,   Eurot,   Gold Plastic,   Transformer. Di queste 45 inchieste, 13 sono state direttamente coordinate da procure toscane.

Anche alla luce di questi dati, appare chiarissimo come la Terra dei Fuochi non sia solo e soltanto una questione campana ma una enorme questione nazionale. Per spiegarlo, Legambiente ha scritto il primo “Dizionario dell’ecocidio nella Terra dei Fuochi”, questo il titolo dell’ultimo dossier di Legambiente (Presentato a Napoli lo scorso 16 novembre) dedicato a quella triste realtà. Dietro ogni singola voce del dizionario dell’ecocidio c’è un’ inchiesta contro la “Rifiuti Spa” con rotte illegali che partono da ogni dove, anche dalla Toscana, e trovano la loro meta finale sempre e solo nella Terra dei Fuochi, nelle martoriate province di Napoli e Caserta. Un documento di denuncia, che vuole anche essere una testimonianza, tragica, di un passato che non vorremmo si ripetesse mai più. E che chiama in causa la credibilità di un intero Paese e della sua classe dirigente. Nell’ultima Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia (DNA) si registrano ben 15 inchieste in corso presso la DDA di Firenze per traffico organizzato di rifiuti, su un totale nazionale di 253 procedimenti aperti (dal 2010, anno di entrata in vigore della riforma sulla competenze delle DDA, al 31 dicembre 2012). Si tratta di un numero di inchieste, registrate in meno di tre anni, superiore a quelle censite in questi 12 anni di applicazione del delitto, e che, insieme alle indagini già chiuse e raccontate ampiamente anche in questo Rapporto, dimostra la gravità di un fenomeno criminale devastante per il nostro Paese, dal punto di vista ambientale, sociale e, soprattutto, economico. Numeri, è bene aggiungere, che testimoniano allo stesso tempo la sempre accresciuta sensibilità ed efficacia investigativa di magistrati e forze dell’ordine impegnate su questo delicato fronte della lotta all’ecomafia. Come si può vedere dalla tabella, i 253 procedimenti aperti in base all’art. 260 del Codice dell’Ambiente interessano tutte le DDA, con numeri significativi per quelle di Bologna (23 iscrizioni), Palermo (19), Roma (17), l’Aquila (16), Firenze (15), Venezia (13) e Milano (12).

Mettendo per un attimo da parte le inchieste per traffico organizzato di rifiuti e considerando, invece, l’insieme dei reati commessi negli ultimi due anni nel più generale ciclo dei rifiuti in Toscana, qui sono state accertate ben 582 infrazioni, con 778 persone denunciate e 8 persone arrestate con 218 sequestri effettuati. Firenze è la provincia con il maggior numero di infrazioni accertate (163) seguita da Livorno (97) e Siena (84).

L’accentuata dimensione globale delle attività di ecocriminali ed ecomafiosi, la diversificazione delle loro attività illecite, il ricorso sistematico ad espedienti tipici della criminalità economica si accompagnano in maniera sempre più evidente con l’altra piaga che affligge il nostro paese e minaccia la nostra democrazia: la corruzione. In costante e inarrestabile crescita, senza sostanziale differenza fra regioni. Secondo la Relazione al Parlamento della DIA (Direzione investigativa antimafia) relativa al primo semestre 2012, le persone denunciate e arrestate a livello nazionale per i reati di corruzione sono più che raddoppiate rispetto al semestre precedente (secondo semestre 2011), passando da 323 a 704. Un balzo in avanti spaventoso, che la dice lunga sul livello raggiunto da  questo  fenomeno  criminale.  E se nei dati della  DIA la  Campania spicca con 195 persone denunciate e arrestate, non “sfigurano” nemmeno la Lombardia, che con 102 casi raggiunge l’ipotetico secondo posto del podio, la Toscana è al terzo posto a quota 71. Di mazzette e favori si alimenta, infatti, quell’area grigia che offre i propri servizi alle organizzazioni criminali soprattutto in un settore appetibile come quello ambientale. Nel complesso, dal 1° gennaio 2010 al 10 maggio 2013, ultimo aggiornamento effettuato, sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori locali, esponenti politici e funzionari pubblici,  sono  servite  a  “fluidificare”  appalti  e  concessioni  edilizie,  varianti  urbanistiche  e realizzazioni di discariche di rifiuti. Le indagini si sono concentrate nel 40% dei casi nelle quattro regioni dove più forte è la presenza dei clan (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), confermando l’intreccio strettissimo, in quei territori, tra mafia, corruzione e illegalità ambientale. Ma a guidare la classifica come numero d’ inchieste è la Lombardia (20) e al quinto posto della classifica, dopo Campania, Calabria e Sicilia, figura la Toscana. Un dato, questo, che segnala l’assoluta “trasversalità”, anche dal punto di vista geografico, di quest’area grigia e dei suoi interessi illeciti. Sono infatti 12 le inchieste sulla corruzione ambientale – censite da Legambiente, Libera e Avviso pubblico –  che riguardano la Toscana, pari al 8,9% del totale nazionale con 213 ordinanze di custodia cautelare eseguite e 41 sequestri effettuati.

Dal 2011 l’Ufficio antifrode della Banca d’Italia (Uif), sia nel suo “Rapporto annuale” sia durante un’audizione presso la Commissione antimafia della XVI legislatura, ha lanciato l’allarme sul fatto che il settore dei rifiuti – e dei relativi appalti di gestione – è tra le attività economiche più a rischio per le operazioni di “ripulitura” di capitali sporchi. Un indicatore di questa anomalia arriva dai dati sulle operazioni “sospette” indicate nella Relazione della Banca d’Italia risalenti al 2012, secondo i quali (grazie ad informazioni pervenute dagli intermediari finanziari) la Toscana registra ben  4.386  operazioni  sospette,  seconda  regione  dell’Italia  Centro/Settentrionale,  solo  dietro all’Emilia Romagna, con un aumento del 35% rispetto all’anno precedente (erano 3.546 nel 2011). Anche se negli ultimi anni, secondo quanto provano le attività inquirenti, il quadro sta cambiando con una migliore assunzione di responsabilità da parte del mondo produttivo1, continuano a essere tante le storie di illegalità nel ciclo dei rifiuti che hanno interessato le procure toscane e dal 2010 la DDA di Firenze (visto il passaggio disposto per legge delle competenze per le indagini di traffico organizzato di rifiuti dalle procure ordinarie alle DDA). Tre le più recenti si ricorda, intanto, l’indagine denominata Eurot, risalente alla metà del febbraio 2011: nel febbraio del 2012 è arrivata la condanna in primo grado (a 2 anni e 6 mesi di reclusione), con rito abbreviato, per il titolare della ditta Eurotess di Montemurlo (Prato). Secondo l’accusa, l’azienda fungeva da cabina di regia di un traffico illecito di rifiuti costituiti da stracci, che da diverse regioni del Centro e del Nord Italia finivano in Campania, con la “collaborazione” di un clan di Ercolano. Secondo l’accusa gli stracci, un giro di milioni di tonnellate, arrivavano a Ercolano (Napoli) da Prato dove, ufficialmente, venivano ripuliti e disinfettati, mentre in realtà venivano smaltiti senza essere sottoposti ad alcun trattamento, in totale violazione delle norme sui rifiuti. Con questa accusa 18 persone sono finite agli arresti, in una indagine condotta dalla DDA di Firenze, coordinata dai pubblici ministeri Ettore Squillace Greco e Pietro Suchan, e dai Carabinieri del NOE. Altri 6 imputati hanno patteggiato pene da un anno a un anno e 9 mesi, undici sono stati rinviati a giudizio, uno assolto. Come si legge nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, il traffico illecito, compresa la filiera del trasporto e della logistica, “era realizzato grazie al coinvolgimento di un clan camorristico di Ercolano”. Si tratta dei boss del gruppo Birra-Iacomino, molto influente nel territorio di origine. Il procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha puntato il dito proprio sui traffici di rifiuti durante la relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso. “Una crescente criminalità – ha affermato – è dedita al traffico di rifiuti, spesso gestito da esponenti camorristici”. Secondo il procuratore  “l’incapacità  fin  qui  verificata  di  inserimenti  sul  territorio  di  strutture  capaci  di assicurarne il controllo, ad imitazione delle aree di genesi dei contesti criminali organizzati di stampo tradizionale o storico, produce per converso diversificate capacità di penetrazione e utilizzo della  rete  economico/produttiva  dei  territori  del  distretto,  per  mezzo  di  fatti  prevalentemente orientati in direzione del reimpiego di non indifferenti disponibilità economiche”. Riciclaggio, insomma, magari accompagnato da “trucchi” come quello della falsificazione dei documenti di trasporto,  il  cosiddetto  “giro-bolla”,  riscontrato  in  diverse  inchieste  passate  ma  diventato  più complesso, perché prevede numerosi passaggi prima di arrivare all’illecito. Un “sistema”, scrivono i magistrati della DNA, che è “sintomatico della presenza di strutture criminali, in quanto richiede un’organizzazione composta da varie figure professionali di natura tecnica (laboratori) e operativa (trasporti), oltre che di soggetti di vertice in condizioni di mantenere rapporti con i produttori dei rifiuti e gli utilizzatori finali (leggi: sversamento) in base ad una accurata strategia remunerativa per

 

1  Nel 2013, fonti ufficiali confermano che circa il 60% dei controlli nelle imprese che gestiscono rifiuti sono risultati essere conformi, cifra tutt’altro che scontata; allo stesso tempo, del 40% di controlli non conformi, circa l’80% è risultato trattarsi di violazioni amministrative, il resto di carattere penale.

tutti i soggetti che vi partecipano”.

L’analisi delle modalità operative messe in atto da questi criminali rivela una prevalenza di quelle finalizzate a controllare le filiere dei rifiuti, intercettando, per esempio, determinate tipologie di scarti (materiali plastici, rottami ferrosi, carta e cartone, fanghi di depurazione e così via), piuttosto che determinati ambiti territoriali, come avveniva nel passato, quando il business illegale era strettamente correlato  alla  disponibilità  di siti abusivi di smaltimento.  Un  caso  significativo  è rappresentato dall’indagine denominata Transformer, del 13 marzo 2012, coordinata dalla DDA di Firenze, che ha portato a 3 arresti e a 126 denunce per un traffico illecito di almeno 50.000 tonnellate di scarti metallici e un giro d’affari di circa cinque milioni di euro. Il traffico si snodava su quasi tutto il territorio nazionale (in particolare Toscana, Puglia, Umbria, Emilia  Romagna, Lazio, Molise) seguendo le indicazioni di una regia criminale esistente, sono convinti gli investigatori, almeno dal 2009, e gestita da due società attive nella provincia di Grosseto nella raccolta e trattamento di rifiuti (con un’autorizzazione per la rottamazione e frantumazione dei veicoli). I rottami ferrosi, senza essere sottoposti ad alcun trattamento, venivano utilizzati come base per la produzione di Cdr (combustibile derivato da rifiuti) che – come scrivono gli inquirenti “oltre  a  non  corrispondere  alla  tipologia  normativa,  era  pericoloso  per  l’elevato  contenuto  di sostanze  inquinanti e  dannose  per  la  salute  pubblica  e  per  l’ecosistema,  quali  idrocarburi,  oli minerali, cadmio, cromo, zinco, vanadio, piombo, boro, bario, manganese, rame e policlorobifenili (Pcb)”. Gli “imprenditori” provvedevano quindi ad abbattere i costi attraverso il classico metodo del giro-bolla (declassificando, di solito, rifiuti speciali pericolosi in “non pericolosi”), ossia attraverso la falsificazione dei codici Cer, oppure attraverso la fraudolenta miscelazione degli stessi, con il concorso di laboratori di analisi, trasportatori e titolari di inceneritori.

Era dunque il materiale ferroso a innescare la miccia, non l’ambito geografico. Emblematiche sono, sotto questo aspetto, le continue rotte illegali di mezzi di trasporto che gli inquirenti hanno finito per chiamare “carrette del ferro”, cioè carichi di rottami ferrosi che percorrono in lungo e largo il nostro Paese, fino a varcarne le frontiere. Si dirigono dove c’è un mercato, e non importa se a due chilometri di distanza dal punto di partenza o in Estremo Oriente: a fare la differenza è solo il prezzo. Nella zona di Arezzo, per citare un esempio, tra il 2012 e nei primi mesi del  2013 il Corpo forestale e i carabinieri hanno sequestrato decine di queste “carrette del ferro”, tanto da predisporre una intensa e coordinata attività investigativa a cui è stato dato il nome di Vesper. Come spiegano gli inquirenti, il copione è sempre lo stesso: auto e moto rottamate insieme a mille altri tipi di scarti metallici, senza le necessarie operazioni di separazione dei materiali e di bonifica (necessarie per la presenza di oli esausti e refrigeranti, pneumatici fuori uso, fluff, etc.), vengono caricate nei cassoni e diretti verso acciaierie italiane o, molto più preferibilmente, verso i porti da dove prendono il largo soprattutto alla volta della Cina. Rottami che in questo modo sono destinati a diventare materia prima di manufatti pericolosamente tossici, poi di nuovo importati nei paesi occidentali, compreso il nostro. Non si tratta, spiegano gli investigatori, di un sistema che si chiude all’interno dei confini nazionali, tutt’altro: vede una fitta collaborazione con le organizzazioni criminali estere e si sovrappone con i flussi di import-export di merci (anche contraffatte) verso i paesi dell’Estremo Oriente, Cina in particolare. Sono diversi, dunque, i livelli di corruzione, infiltrazione criminale e illegalità messi in campo in uno stesso settore, quello del traffico di rifiuti, che rimane per la Toscana uno dei più seri “campanelli d’allarme”, insieme al riciclaggio di capitali, dell’ingresso delle mafie nel territorio. “Una triste realtà criminogena – scrivono i magistrati nella relazione 2012 della Procura nazionale antimafia– in quanto risultano colpite le imprese virtuose che, piuttosto che godere del rispetto della legalità, ne risultano punite”. Nel ciclo illegale dei rifiuti, in questa regione come altrove, non sempre e non solo compaiono personaggi legati ai clan. È quanto accade nel delicato settore del recupero e del riciclo di rifiuti, dove operano spesso trafficanti “locali”, come emerge soprattutto in provincia di Arezzo. Qui si è registrata, tra il 2012 e i primi mesi del 2013, una lunga serie di interventi di polizia giudiziaria diretti a smantellare traffici illeciti di rifiuti principalmente scarti ferrosi. Poco prima, il 27 gennaio 2013, a San Sepolcro, altri due trasportatori di rifiuti pericolosi sono stati denunciati per smaltimento e raccolta non autorizzata dagli uomini della Forestale, impegnati in una serie di controlli sulle strade della Val Tiberina. Sempre nella stessa zona, a qualche giorno di distanza, è stato fermato e messo sotto sequestro un altro autocarro di rifiuti costituiti da ferro, acciaio e batterie per autocarri (che presentavano fuoriuscite di liquido).

Oltretutto, nella parte posteriore del mezzo era ben visibile una pubblicità che invitava a contattare un numero di cellulare qualora interessati al ritiro di ferro vecchio. Anche in questo caso, al momento del controllo emergeva che i proprietari erano completamente sprovvisti di ogni autorizzazione al trasporto di rifiuti. Solo qualche mese prima, precisamente il 7 ottobre 2012, gli uomini del Corpo Forestale di Arezzo intercettavano nella stessa zona, in un colpo solo, altri tre camion che trasportavano illegalmente tonnellate di rifiuti di ferro e acciaio. Flussi continui di rifiuti ferrosi, che le forze dell’ordine provano a bloccare in qualche modo. Sempre in provincia di Arezzo, dopo le insistenti denunce dei cittadini in merito alla gestione delle cave di Quarata, qualcosa si è mosso. Il sospetto era che qui fossero stati seppelliti fusti di rifiuti, probabilmente di provenienza industriale. A fine aprile 2013 il Corpo Forestale dello Stato, grazie alla strumentazione in dote all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha rinvenuto nel triangolo delle cave di Quarata una ventina di bidoni di rifiuti interrati in profondità. Bidoni la cui pericolosità verrà presto chiarita dalle analisi in programma. Un’operazione che rientra nell’ambito di una nuova inchiesta  coordinata  dal  procuratore  reggente  Roberto  Rossi  (aperta  a  distanza  di  tre  anni dall’ultimo blitz sulla cava), che si sta muovendo su tutta l’area delle cave di ghiaia, con l’apertura di un fascicolo contro ignoti per l’ipotesi di abbandono incontrollato di rifiuti, pericolosi e non. Risultati che non fanno che confermare le denunce presentate in questi anni dal Comitato di Quarata al Ministero dell’Ambiente, all’Arpat e al Comune di Arezzo. Spesso la creazione di discariche illegali di pattume tossico, vere e proprie bombe ecologiche, nasconde solo il piano criminale di imprenditori senza scrupoli che scaricano i costi del corretto smaltimento sulla collettività. La Guardia di Finanza, per esempio, a metà febbraio del 2013, ha messo sotto sequestro a Piombino (LI) circa 1.000 tonnellate di rifiuto minerale inerte, che era stato abbandonato all’interno di una vasta area industriale senza le necessarie autorizzazioni. Una tonnellata di eternit, pronta per essere sotterrato, è stata scoperta e sequestrata invece, nell’estate scorsa, sempre dalla Guardia di Finanza, in un terreno di Versegge, in provincia di Grosseto.

La Rifiuti Spa, le responsabilità storiche delle aziende toscane

È oramai un fatto acclarato dalle decine di inchieste per traffico organizzato di rifiuti riguardanti la Terra dei fuochi che una buona parte dei carichi tossici provenivano anche da aziende toscane. Senza entrare nel merito delle singole responsabilità penali, è un fatto storico che ciò sia avvenuto e abbia comportato notevoli benefici economici per le stesse imprese. Così come è naturale immaginare che molte di queste fossero all’epoca dei fatti contestati soprattutto dalla Dda di Napoli all’oscuro del disegno criminoso in atto dai clan mafiosi; ragione per la quale vorremmo sentire la loro voce di totale assunzione di responsabilità: innanzitutto, denunciando per truffa aggravata i broker che trafficarono i rifiuti, i secondo luogo contribuendo a farsi carico delle bonifiche oggi necessari a causa di quei maledetti sversamenti.

Soprattutto nel periodo che va dagli anni Ottanta a metà degli anni Novanta, così come emerge chiaramente dalle indagini, le direttrici dei traffici illeciti riguardanti aziende e imprenditori toscani si sono rivelate essere principalmente verso il sud Italia, in particolare verso le aree tra le province di Napoli e Caserta, aree a tradizionale presenza di clan mafiosi, compresi i famigerati “Casalesi”. Questi ultimi i primi conoscitori del business illegale dei rifiuti tossici provenienti dalla parte più produttiva d’Italia. Mancando una legislazione penale adeguata, il gioco è stato fin troppo facile, con rischi praticamente nulli. Fino al 2001, infatti, non esisteva alcun delitto di traffico organizzato di rifiuti e i viaggi di veleni verso sud potevo essere contrastati, al massimo, con qualche risibile contravvenzione, quando non si riusciva a dimostrare casi di truffa conclamata: di fatto solo quest’ultima fattispecie penale ha consentito di dare qualche buffetto alla Rifiuti Spa della prima ora. Per questa ragione il business della monnezza ha potuto prolifera indisturbato per anni, con le conseguenza che sono oggi sotto gli occhi di tutti, non solo in Campania.

Così migliaia di tir carichi di rifiuti di ogni genere di aziende  toscane, da Viareggio, Pistoia, Lucca, Pisa, Arezzo, Santa Croce sull’Arno, Grosseto, hanno potuto attraversar il Paese per concludere il loro viaggio nella Terra dei Fuochi. Sin dal 1988 aziende toscane hanno contributo, grazie al contributo di colletti bianchi e funzionari pubblici compiacenti, spesso sotto la regia della massoneria, ad inquinare zone della provincia di Caserta e di Napoli. I nomi delle ditte, la tipologia dei rifiuti, i quantitativi e le discariche utilizzate sono descritte oggi nelle carte dei processi, alcuni ancora in corso, e nelle dichiarazioni di vari pentiti di camorra, che negli ultimi decenni stanno raccontando la storia criminale della Rifiuti Spa vista dal di dentro. Un elenco di soggetti e aziende fin troppo lungo per essere qui riportato, al netto delle vicende giudiziarie passate e presenti, che non hanno potuto far altro che sfiorare appena quei flussi illegali.

E non solo le dichiarazioni desecretate del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, che hanno ottenuto la ribalta mediatica nelle ultime settimane, anche se si trattava di informazioni già conosciute e presenti sin dai primi Rapporti Ecomafia di Legambiente (dal 1994 in poi).

Qualche anno fa, un altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, s’è rivelato essere la vera “gola profonda” che sta raccontando sin nei minimi dettagli come avveniva l’inquinamento sistematico  della  Terra  dei  Fuochi.  Un  “pentito  d’eccellenza”,  le  cui  dichiarazioni  sono  state vagliate  e  sono  state  oggetto  di  un  Rapporto  del  geologo  Giovanni  Balestri,  oggi  pubblico. Rapporto che è stato per qualche anno “secretato” in quanto parte integrante della delicatissima indagine della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Napoli sugli interramenti di rifiuti tossici nella discarica Resit di Giugliano, di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, grazie alla diretta partecipazione della camorra casertana. Inchiesta che ha portato all’attuale processo a carico di 38 imputati che si sta svolgendo dinanzi alla V sezione della Corte d’Assise di Napoli. Di questa indagine il Rapporto è parte integrante, e comprende il triste elenco di aziende che fino al 2003 si sono rivolte alla discarica di Chianese & compari. Le ipotesi del processo vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento della falda. Accuse gravissime per le quali (ed è la prima volta che accade in Italia) un processo per reati ambientali viene giudicato in Corte di Assise, con tanto di giuria popolare, dove di solito si giudicano gli omicidi. Secondo il geologo Balestri la contaminazione in corso nell’area vasta di Giugliano, è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale totale, quando cioè il percolato altamente tossico che “fuoriesce inesorabilmente dagli invasi sarà completamente penetrato nella falda acquifera che è collocata al di sotto dello strato di tufo sopra il quale si trovano le discariche. I veleni contamineranno decine di chilometri quadrati di terreno e tutto ciò che lo abiterà”. Nel Rapporto sono elencate le singole ditte colpevoli di aver sversato i loro rifiuti nella Terra dei Fuochi.  Rotte illegali della monnezza, che univano gli stabilimenti dalla Provincia di Massa-Carrara, del Comprensorio del Cuoio e del pistoiese, alla Terra dei Fuochi. I legami che portavano sostanze inquinanti in Campania passavano anche da Pisa, Prato e Arezzo. Dagli anni 80 un sistema imprenditoriale/mafioso che ha visto coinvolte molte aziende provenienti da ogni parte della Toscana, come la Del.ca, la Italrifiuti e la Vanni di Lucca, la Di Puorto di Torre del Lago (Lu), la 3F. Ecologia di Porcari (Lu) la Ideco di Pisa, la Zavagli e la S.C.M di Pistoia. Del resto, per leggere i nomi dei principali protagonisti dei traffici di rifiuti dal centro-nord verso la Terra dei Fuochi bastava leggere  il dossier di  Legambiente targato  1995, dal titolo “Rifiuti Spa” libro bianco contro la holding dei rifiuti, dove nel capitolo quinto (La conquista della Toscana) si denunciava l’avanzata di massoni, di industriali senza scrupoli, di colletti bianchi che gestivano il traffico illecito di tonnellate e tonnellate di rifiuti urbani ed industriali prodotti in Toscana e smaltiti nel periodo dal 1990 al 1993 in discariche campane e calabresi. Tutto corredato di nomi e cognomi. Nel dossier, Legambiente scriveva che secondo un’inchiesta della Procura presso la Pretura di Lucca, su indagine della Digos di Lucca, attraverso società con sedi in Toscana – le stesse che appaiono oggi nella Relazione Balestri –  quali la 3F Ecologia, la Del ca s.r.l, la Pool Ecologia e Ecotrasporti, sarebbero stati esportati dalla Toscana prevalentemente verso la Campania e la Puglia rifiuti industriali, fanghi di conceria come quelli del polo di S. Croce sull’Arno. Complessivamente, secondo la Magistratura, si trattava di circa 140mila tonnellate di rifiuti urbani ed industriali prodotti da numerosi comuni toscani, da cartiere, concerie e impianti di depurazione. Dalla  sola  provincia  di  Lucca,  alla  media  di  28  tonnellate  a  tir,  sono  partiti  circa  5.000  tir concentrati in due anni, da gennaio 1990 a dicembre 1992. Molti di questi tir, secondo gli inquirenti sono spariti nel nulla, insieme al loro carico di rifiuti. Dopo 20 anni è ormai assodato che quei rifiuti scomparsi sono stati effettivamente smaltiti nelle discariche di Gaetano Vassallo e Cipriano Chianese, risultando essere il canale privilegiato di arricchimento per le famiglie camorriste del casertano e del napoletano. Clan che hanno offerto i loro servigi a decine di imprenditori, anche toscani, smaniosi di risparmiare soldi sullo smaltimento finale degli scarti tossici. In quelle pagine, venivano nominati coloro che negli anni successivi saranno protagonisti degli affari tossici della Rifiuti Spa sulla tratta Toscana-Campania.   Interlocutori “privilegiati” con nomi e cognomi. Come    Gaetano Cerci, di Casal di Principe, che ha un ruolo di primo piano nell’intermediazione per lo smaltimento in Campania dei rifiuti toscani; i due fratelli Roma, Elio e Generoso, che nonostante provengano dalla provincia di Caserta sono titolari di società che operano in Toscana, ma soprattutto nel Lazio; così come Luigi Ciardiello, anche lui specializzato in intermediazione e trasporto di rifiuti. Nomi che ritornano anche nelle dichiarazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone nella seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del 7 ottobre 1997 e recentemente desecretata, anche quando parla della Toscana. Schiavone consegnò  in  quell’occasione  “documenti  riguardanti  le  amministrazioni  provinciali  di  Massa Carrara e di Santa Croce sull’Arno”. Incalzato dal presidente della Commissione Massimo Scalia, Schiavone disse che il traffico era stato iniziato da suo cugino “Sandokan e Francesco Bidognetti, insieme ad un certo Cerci Gaetano, che aveva già intrattenuto rapporti con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano  e Genova”. Schiavone lasciò poi intendere  che l’avvocato  che organizzava  il traffico di rifiuti da nord a sud del Paese “stava molto bene con un signore che si chiama Licio Gelli”, e che nell’aretino ha la sua celebre sede in Villa Wanda. Nomi che agli inizi degli anni Novanta dicono poco o nulla, anche se negli anni successivi, in un modo o nell’altro, avranno a che fare con inchieste giudiziarie nel campo dei rifiuti.

Da quel lontano dossier del 1994 di Legambiente, tanta strada è stata percorsa. La Rifiuti S.p.A. si è trasformata in un’impresa globale che ha interessi in tutto il Paese. Con i rifiuti si diventa ricchi. Miliardi di euro, facili. Basta avere un terreno e scavarci una buca. Prima, soprattutto in Campania, poi ovunque in Italia e all’estero. E seguire un semplice dogma: meno si osservano le regole, più aumenta il conto in banca. Per gestire un affare stratosferico, la camorra dei rifiuti si è trasformata in holding, con un proprio consiglio di amministrazione, manodopera specializzata, rappresentanti con valigetta 24 ore che operano in tutto il paese. Un vero e proprio direttorio in cui gli interessi della criminalità organizzata viaggiano di pari passo con la distruzione del territorio. Un direttorio che gestisce autocarri e camion provenienti dal Nord, che sostano nel centro Italia e proseguono verso sud. Un continuo viavai di veleni. E se la base operativa è sempre stata in Campania, e in particolar modo nelle province di Napoli e Caserta, piano piano questa base è servita da trampolino di lancio per il business illegale in altre regioni dell’Italia centrale e meridionale. Alle rotte storiche e collaudate se ne aggiungono, oggi, delle altre, regionali e addirittura provinciali. Rifiuti di ogni tipo, dagli speciali agli urbani. In questi anni sulle autostrade d’Italia e poi verso le rotte dell’ecomafia è viaggiato di tutto: scorie, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura, reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di bonifica. Non c’è tipologia di rifiuto che possa sfuggire alle mire degli ecocriminali del nostro paese.  Anno dopo anno, rotte e metodologie di smaltimento illecito si sono adattate alle esigenze del mercato. Si sono moltiplicate, così, le truffe ai danni di privati e di enti pubblici. L’ecomafia si specializza,  si  allarga  in  tutto  il  paese,  anche  in  Toscana,  ed  ecco  che  nascono  società  di smaltimento strutturate come scatole cinesi, attraverso un vorticoso giro di prestanome. Queste gestiscono il trasporto di rifiuti con una documentazione completa e assolutamente inappuntabile, che però non ha niente a che vedere con il reale contenuto dei camion. E prima che qualcuno se ne accorga, spesso la società si è già sciolta. In questi anni la Rifiuti S.p.A. ha disegnato e continua a disegnare nuove rotte e metodologie di smaltimento illecito.

Non a caso, il nuovo  Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti che, lo scorso sei novembre, nel corso del X Forum in difesa della natura, tenutosi a Napoli, ha denunciato come il territorio toscano sia da anni, una succursale del crimine: “ora la camorra napoletana sta portando i rifiuti campani altrove, in primis in Toscana, ma anche in Paesi come la Romania e la Cina”.

Non a caso, oggi si parla di rotte circolari, non più unidirezionali. Tant’è che in molti casi si sta assistendo addirittura ad una sorta di “rovesciamento” dei ruoli: i rifiuti da smaltire partono dalla Campania per finire in altre parti d’Italia. Peraltro, sta di fatto che, come si racconta in Ecomafia

2013, la Toscana si sta dimostrando “centro nevralgico della falsa certificazione”. È stato lo stesso procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, a puntare il dito proprio sui traffici di rifiuti durante la Relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso. “Una crescente criminalità – ha affermato – è dedita al traffico di rifiuti, spesso gestito da esponenti camorristici”. Secondo il procuratore “l’incapacità fin qui verificata di inserimenti sul territorio di strutture capaci di assicurarne il controllo, a imitazione delle aree di genesi dei contesti criminali organizzati di stampo tradizionale o storico, produce per converso diversificate capacità di penetrazione e utilizzo della rete economico-produttiva dei territori del distretto, per mezzo di fatti prevalentemente orientati in direzione del reimpiego di non indifferenti disponibilità economiche”.

Riciclaggio, insomma, magari accompagnato da “trucchi” come quello della falsificazione dei documenti di trasporto, il cosiddetto “giro-bolla”, riscontrato in diverse inchieste passate ma diventato più complesso, perché prevede numerosi passaggi prima di arrivare all’illecito. Un “sistema”, scrivono i magistrati della DNA, che è “sintomatico della presenza di strutture criminali, in quanto richiede una organizzazione composta da varie figure professionali di natura tecnica (laboratori) ed operativa (trasporti), oltre che di soggetti di vertice in condizioni di mantenere i rapporti con i produttori dei rifiuti e gli utilizzatori finali (sversamento) in base ad una accurata strategia remunerativa per tutti i soggetti che vi partecipano”.

La Rifiuti Spa, oggi

Il traffico illegale di rifiuti in Toscana, così come nelle altre regioni, è cambiato negli ultimi anni. Come già analizzato in Ecomafia 2013 “l’analisi delle modalità operative messe in atto da questi criminali rivela una prevalenza di quelle finalizzate a controllare le filiere dei rifiuti, intercettando, ad esempio, determinate tipologie di scarti (materiali plastici, rottami ferrosi, carta e cartone, fanghi di depurazione e così via), piuttosto che determinati ambiti territoriali, come avveniva nel passato quando  il  business  illegale  era  strettamente  correlato  alla  disponibilità  di  siti  abusivi  di smaltimento”.

Insomma, è più la dimensione merceologica che quella geografica a muovere in maniera organizzata le holding criminali, comprese quelle toscane. Per un traffico illecito che non ha più confini e che, per essere colpito, impone sinergie repressive ad ogni livello, compreso quello sovranazionale. Non a caso, le 215 inchieste ex art. 260 censite fino a oggi hanno coinvolto, come già accennato, ben 26 paesi esteri: 11 europei (Albania, Austria, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Norvegia, Russia, Turchia, Ungheria), 6 asiatici (Medio Oriente, Cina, India, Malasya, Pakistan, Siria), 8 africani (Congo, Egitto, Etiopia, Ghana, Liberia, Nigeria, Senegal e Tunisia) e 1 sudamericano (Bolivia).

 

le nazioni coinvolte nei traffici illeciti di rifiuti (febbraio 2002 –  10 maggio 2013)
Area Geografica

Numero

Stati

Stati Esteri Coinvolti

Europa

11

Albania, Austria, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, InghilterraNorvegia, Russia, Turchia,Ungheria

Asia

6 Cina, India, Malasya, Medio Oriente, Pakistan, Siria

Africa

8

Congo, Egitto, Etiopia, Ghana, Liberia, Nigeria, Senegal, Tunisia
America Latina

1

Bolivia

Totale

26

(*)  I dati si riferiscono alle indagini concluse fino al 10 maggio 2013
Fonte: elaborazione Legambiente sulle indagini del Comando Carabinieri Tutela Ambiente, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza, Polizia dello Stato, Agenzie delle Dogane e Polizia Provinciale.

Dalla lettura incrociata dei dati emergono, quindi, alcune considerazioni che attestano, in generale, una costante evoluzione nelle strategie criminali dei trafficanti, che si muovono perfettamente in parallelo con le evoluzioni del mercato legale.

Che i flussi illegali dei rifiuti si proiettino con sempre maggiore intensità nel turbinio della globalizzazione lo dicono anche i numeri dell’attività repressiva dell’Agenzia delle Dogane, svolta insieme alle altre forze dell’ordine: in un solo anno, il 2012, il volume dei rifiuti sequestrati è raddoppiato rispetto all’anno precedente, passando da 7 mila a 14 mila tonnellate, ed è cresciuto anche il numero dei sequestri effettuati, da 113 a 147. Tra i sequestri, ci sono anche carichi spediti da aziende toscane. In giro per il mondo, a differenza del passato, non ci vanno più veleni da scaricare dove capita, ma tipologie di rifiuti già selezionati – magari malamente e/o illegalmente

– e pronti per “ridiventare” materie prime, in violazione delle norme che regolamentano la filiera di gestione e i movimenti transfrontalieri delle merci.

Tra i “materiali” finiti sotto sequestro spiccano i pneumatici fuori uso e gli scarti di gomma, che da soli rappresentano il 57,2% del totale; a seguire, gli scarti di metalli, 16%, quelli di materiale plastico, 15,8%, carta e cartone, scarti tessili, rifiuti elettrici ed elettronici (i cosiddetti Raee). Per capire la bramosia globale di materie prime, in particolare nell’area del Sud/Est asiatico, basti pensare che trovano mercato pure i pannolini sporchi, caricati e spediti in Cina per ricavarne cellulosa, oppure i vecchi contatori dell’Enel pieni di mercurio. Non si tratta di episodi isolati ma di flussi continui, che hanno spinto l’Agenzia delle dogane e le forze dell’ordine a stipulare apposite convenzioni con alcuni consorzi di riciclo, come Ecopneus (pneumatici fuori uso) e Polieco (rifiuti a base di polietilene), convenzioni tutte finalizzate ad acquisire le competenze tecniche necessarie per migliorare l’attività repressiva. E non a caso, le principali tipologie di rifiuti sequestrati sono, per l’appunto, pneumatici fuori uso e materiale plastico di varia natura.

Anche l’ultima inchiesta del 6 maggio 2013, della Dda di Napoli, articolata su 3 diversi filoni criminali nel settore della monnezza, si è imbattuta in un traffico internazionale di scarti tessili, mischiati a farmaci scaduti e cibi avariati, che venivano prelevati dalla Germania, passavano dall’Italia per poi essere venduti, illegalmente, in Africa, America Latina e Asia, in particolare in Tunisia, Bolivia e India.

Una vittima dell’ecomafia nella Toscana Felix

Amministratori che lottavano per difendere il loro territorio da speculazioni criminali, giornalisti che  con  la  loro  penna  denunciavano  i  traffici  illeciti  di  rifiuti.  E  semplici  lavoratori  che inconsapevolmente erano vittime di illegalità, della mancanza di norme sulla sicurezza sul lavoro e di sporchi traffici. Velenosi, pericolosi, mortali. E ancora cittadini, sacerdoti, rappresentanti delle forze dell’ordine che quotidianamente e nella pratica della normalità alzavano la voce contro i soprusi e le violenze alla bellezza del territorio e della natura. Tutti uccisi per mano dell’ecomafia in una guerra invisibile e silenziosa. Una prima lista della Spoon River dell’ecomafia, dove si muore non solo con proiettili di pistole ma anche con camion di veleni e betoniere di cemento armato. Martin Decu aveva 47 anni, era romeno e padre di tre figli. È morto il 26 giugno 2008 saltando in aria mentre triturava dei rifiuti che sono esplosi, bombolette spray che non dovevano essere in quel deposito di Scarlino, in provincia di Grosseto dove lui stava lavorando. Quel giorno c’erano circa

100 tonnellate di bombolette mal triturate. Ci fu un’esplosione che impegnò i vigili del fuoco per una settimana. L’inchiesta che ha portato all’arresto di 15 persone in varie parti d’Italia (sei solo a Scarlino), è partita da quell’incidente sul lavoro e dalle bombolette spray che contenevano gas propano liquido, materiale che non doveva essere smaltito lì, in quanto rifiuto speciale e quindi dotato di altro codice CER. Un codice che avrebbe determinato obbligatoriamente ben altro tipo di smaltimento. Costoso e particolareggiato. Da quell’incendio e da quell’incidente mortale sul lavoro nascerà poi l’operazione Golden Rubbish.

Le Proposte di Legambiente

Innanzitutto, introdurre nel Codice Penale gli altri delitti contro l’ambiente, così da consentire alle forze dell’ordine e alla Magistratura di prevenire e reprimere in maniera più efficace i fenomeni d’illegalità e criminalità ambientale, così come ha auspicato lo stesso ministro  dell’Ambiente Andrea  Orlando. Al  momento  ci  sono  due  disegni  di  legge  in materia, uno del deputato Ermete Realacci, l’altro del deputato Salvatore Micillo: disegni che possono essere integrati al fine di assicurare una adeguata tutela normativa all’ambiente. Assunzione di responsabilità da parte del mondo imprenditoriale e delle associazioni di categoria. In particolare, proponiamo che le aziende che sono state negli anni vittime di truffa da parte dell’ecomafia – e che non erano a conoscenza dei traffici illeciti – denuncino i broker dell’epoca, costituendosi parte civile nei processi laddove possibile, e contribuiscano alle bonifiche dei territori inquinati nella Terra dei Fuochi. Allo stesso tempo le associazioni di categoria facciano quadrato a tutela delle aziende sane, espellendo dai propri ranghi tutti coloro i quali si sono macchiati di crimini ambientali, compresi i traffici illeciti di rifiuti.

Per far fronte alla mancanza delle risorse economiche adeguate alla bonifica dei cosiddetti “siti orfani” (cioè le discariche abusive di cui non si conoscono i responsabili) andrebbero modificate le modalità di finanziamento degli interventi; in questo senso si potrebbe rivelare utile una legge nazionale per la costituzione di un Superfund, analogamente a quanto istituito negli Usa nel 1980, e come proposto, tra l’altro, in diverse occasioni anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nelle passate legislature della nostra Repubblica. In attesa dell’approvazione della norma nazionale, il fondo per i siti orfani potrebbe essere attivato da subito, vincolando una parte delle entrate dell’ecotassa regionale che viene pagata dal 1995 per lo smaltimento dei rifiuti in discarica, il cui gettito oggi viene speso in modo estremamente eterogeneo dalle amministrazioni regionali su tutto il territorio nazionale.

Rafforzare l’attività di controllo e presidio del territorio, coinvolgendo, nelle forme più opportune, anche la popolazione residente.

Destinare maggiori risorse e strumenti alle forze dell’ordine, compatibilmente con un fenomeno particolarmente complesso e pericoloso, che attenta direttamente alla salute dei cittadini e dell’ambiente.

Avviare in Toscana, come nelle altre regioni, un Piano di monitoraggio dei siti di smaltimento illegale di rifiuti, come necessaria premessa per un serio programma di bonifica;

Tutelare e promuovere le produzioni di qualità, a cominciare da quelle biologiche, salubri e  certificate,  che  provengono  dalla  Campania  e  dalle  altre  aree  oggetto  di  disastro ambientale.