In Uruguay come in Argentina, leggere per non dimenticare

di Claudio Molinelli – I libri di testimonianza sul periodo delle dittature sudamericane degli anni’70 sono sempre d’attualità: lo dimostra...

di Claudio Molinelli – I libri di testimonianza sul periodo delle dittature sudamericane degli anni’70 sono sempre d’attualità: lo dimostra la recente presentazione nel palazzo comunale di Pontassieve del libro “Anahi del mare,  la dittatura in Uruguay, la notte di un popolo” di Anna Milazzo,  italiana emigrata in Uruguay,  dove ha vissuto la drammatica realtà del rapimento e della tortura.

Di argomento simile è un altro libro “Giorni di neve, giorni di sole” scritto a due mani dai gemelli Fabrizio e Nicola Valsecchi ed edito nel 2009 da Marna,  la cui lettura è un monito permanente a non dimenticare la tragedia dei “desaparecidos”, le trentamila vittime rapite e mai ritrovate del regime militare che s’instaurò in Argentina del 1976 al 1983. Il libro si ispira alla vita di Alfonso Mario Dell’Orto,  italiano che negli anni’30 del secolo scorso emigra in Argentina da Piazza Santo Stefano,  piccolo paese vicino a Como; sposatosi con un’argentina di origini italiane,  ha quattro figli. Una di queste,  Patricia, insegnante nel 1976, ventunenne, viene rapita col marito Ambrosio da un commando del regime militare e mai più ritrovata. Alfonso Dell’Orto nel 2006 decide di tornare in Italia  per assistere all’inaugurazione di un ritratto della figlia nella cooperativa del suo paese: un modo per mantenere nel paese di origine memoria della storia di Patricia e della sua famiglia.

Nel libro l’amore profondo del padre per la figlia scomparsa si trasforma in dolore e il dolore in amore,  in uno scambio continuo che innerva le pagine dell’opera. L’io narrante è Alfonso, gli autori sposano il suo punto di vista e compongono il lungo monologo interiore che accompagna l’uomo nel suo viaggio di ritorno dall’Argentina all’Italia. I pensieri sono quelli d’un uomo d’altri tempi, pieno di pudore e semplicità.  Lo stile narrativo è lineare e immediato e può ricordare le pagine di “Cuore” di De Amicis, con toni toccanti e traboccanti di nostalgia, di memorie sofferte, di presenze di affetti recisi crudelmente, ma sempre presenti, e capaci di indirizzare e dare un senso a tutta la vita.

Nel lungo viaggio in aereo l’uomo rivede le tappe della sua vita:  la partenza da bambino con la madre per raggiungere il padre in una terra lontana. La conoscenza di Pocha, la ragazza che diventerà poi sua moglie. E Patricia, la figlia amatissima che popola i suoi sogni e la cui scomparsa gli procura incubi angosciosi. “…E la mente va a Pocha, una delle tante madri che non hanno più osato toccare l’oceano, sapendo che le sue onde si sono prese ciò che restava dei loro figli”. Riviviamo il drammatico rapimento di Patricia e del marito, a cui scampa la piccola Marianna, la loro figlia di 25 giorni. E poi le lunghe e inutili ricerche, le parole dell’ultimo testimone che la vide viva, e il processo in cui al mandante fu dato un nome e la condanna all’ergastolo ma non fu rintracciato.

Alfonso ritrova l’Italia a Cernobbio e la vede molto cambiata, votata al bello e all’immagine;  molto della sua epoca è andato perduto. L’uomo torna nel cortile della sua vecchia casa e ci trova una bambina emigrata: “Io sono partito da questa casa come emigrante e adesso la ritrovo abitata da stranieri venuti a cercare giorni di sole nel luogo da cui siamo partiti per dimenticare i nostri giorni di neve”.

La vita è veramente una ruota che gira.

Alfonso presenzia alla inaugurazione del ritratto di Patricia; un pensiero…  Patricia è ritornata a casa.