A come ARPAT: di che cosa stiamo parlando?

- servizio a cura di Nadia Fondelli – foto di Edoardo Abruzzese - In alcune regioni la chiamano Agenzia Regionale...

- servizio a cura di Nadia Fondelli – foto di Edoardo Abruzzese -
In alcune regioni la chiamano Agenzia Regionale per la Tutela Ambientale, in altre Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente.
Acronimi simili, ma diversi per rappresentare le agenzie regionali che si occupano della salubrità di terra, cielo e acqua, riconosciute dal Ministero dell’Ambiente.
Un argomento sempre più caldo quello ambientale, sdoganato da Greta Thumberg, e su cui crediamo si giocano anche le dialettiche della campagna elettorale
europee 2019.
Ma cosa sono queste agenzie?
Sono enti regionali autonomi costituiti da professionisti che si occupano della salvaguardia e della protezione dell’ambiente: il loro lavoro quotidiano è quello di affiancare le Istituzioni pubbliche nella lotta all’inquinamento atmosferico e acustico, negli interventi per la tutela delle acque superficiali e sotterranee, nel monitoraggio dei campi elettromagnetici, nelle indagini sulla contaminazione dei suoli e sui processi di bonifica. I dipendenti Arpat possono controllare e ispezionare il territorio, anche su segnalazione di privati – singoli cittadini o associazioni che siano – con controlli e monitoraggi a cui seguono elaborazioni di dati scientifici in grado di fornire un quadro preciso indispensabile agli enti pubblici nell’esercizio delle funzioni di tutela ambientale e salute dei cittadini.
In Toscana i dipendenti Arpat sono in stato di agitazione. Perché?
Tagli alle risorse e indipendenza negata raccontano in occasione di un’ assemblea pubblica resasi necessaria per informare i cittadini preoccupati della loro latitanza.
Una situazione preoccupante che ci raccontano pare essere l’anticamera di una dismissione.
Perché la Regione Toscana proprio quando l’ambiente torna ad occupare le prime pagine dei giornali cerca di tappare la bocca ad Arpat?
Potrebbe sembrare una politica suicida in vista delle elezioni regionali 2020 e con le tante emergenze ambientali aperte, specialmente nell’area compresa fra Firenze, Prato e Pistoia che a detta del
Rapporto Ispra 2017 è, dopo la pianura padana, la zona d’Italia che perde più suolo e dove esiste un allarme ambientale a seguito del Puff (Piano per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti)della Regione del 30 luglio 2018 che autorizza l’uso di 29 pesticidi (fra cui clorpirifos e glifosate privi di autorizzazione Ue e quindi revocati dal Ministero della Salute) nell’area di salvaguardia di captazioni di acque sotterranee destinate all’uso civile.
Forse l’ Arpat è un fastidio? Forse quel suo essere organismo terzo che va a mettere il naso anche dove non dovrebbe non piace?
Perché la legge regionale attuale permette che il direttore generale Arpat venga nominato dalla Giunta e non dal Consiglio regionale? Perché i suoi tecnici di conseguenza possano partecipare alle conferenze dei servizi solo come uditori e non per illustrare i dati raccolti che, invece, devono essere consegnati e “raccontati” dai politici?
Neanche la prossima revisione della legge regionale promette bene. L’orientamento è rendere Arpat non ente terzo autonomo, ma di fatto alle dirette dipendenze della Regione con buona pace dei comitati di cittadini.
La carenza del personale poi è sempre più un’emergenza. I lavoratori sono sempre meno, chi va in pensione non viene sostituito. Esemplificativo è il caso di Pistoia, per l’appunto…. Su sette tecnici Arpat ben tre se ne andranno in pensione nei prossimi mesi. E così chi andrà a controllare – ammesso che la Regione decida di inviare i tecnici – quelle falde acquifere velenose che già mandano in ospedale e al camposanto un numero statisticamente importante di pistoiesi?
Ma non è la Toscana la stessa regione che 13 anni fa, in un capolavoro di buona gestione ambientale e tutela della salute dei cittadini, aveva negato l’uso di questi veleni con il suo decreto legislativo 152/2006 anticipando l’Europa?

Perché oggi vuole rendere debole e muta Arpat, chiudendo il cerchio di un’esecuzione perfetta iniziata nel 1993 con lo sciagurato referendum che separò ambiente e salute e la falsa abolizione delle province (e con esse della polizia provinciale) volute dal governo Renzi nel 2014.
Ma siamo in Toscana, la terra dove l’Assessore all’ambiente per ben due volte non si è presentata, seppur annunciata, al Forum nazionale e a quello internazionale dei giornalisti ambientali. Lo stesso assessore che ha negato un appuntamento a un nostro redattore quando voleva farle solo alcune domande sulla gestione della plastica, la stessa che alla chiusura del progetto regionale Urban Waste non si è presentata all’apertura dei lavori, nell’imbarazzo di chi a quel progetto e in nome e per conto della Regione aveva lavorato, ma che però corteggia con invito a palazzo i giovani fiorentini di Friday for Future.
Infine alcuni
numeri per dare contezza della grave situazione: la limitazione della spesa di personale Arpat impedendo le assunzioni ha fatto diminuire il personale del 17% nel periodo 2010-2018 (da 771 a 637 dipendenti). I controlli si fanno sempre più difficoltosi e scarsi. Quello delle acque di scarico (depuratori civili e industriali…) sono a -18%; le analisi alle emissioni in atmosfera di impianti industriali -30%; i controlli sull’inquinamento acustico (strade, aeroporti, esercizi pubblici…) sono a -38%; i controlli sull’elettromagnetismo (stazioni radio, Tv e telefonia; elettrodotti…) -10%; quelli su impianti di gestione rifiuti (discariche, inceneritoti …) -12% e i pareri tecnici (per autorizzazioni e valutazioni ambientali) segnano quasi -8%.