Democrazia. Quando l’irrazionalità diventa abuso

- di Sergio Bedessi – Democrazia. Se ne parla molto di questi tempi, forse troppo!!! Anche nel caso di tutto...

- di Sergio Bedessi –

Democrazia. Se ne parla molto di questi tempi, forse troppo!!!

Anche nel caso di tutto ciò di cui si ha necessità di parlare, a proposito, spesso a sproposito, forse vale la pena di riflettere e, se possibile, approfondire.

Facciamoci aiutare. E’ uscito recentemente il libro“Psicodemocrazia” (sottotitolo “Quando l’irrazionalità condiziona il discorso pubblico”) di Gabriele Giacomini per la casa editrice Mimesis: un’analisi acuta ed agile del funzionamento del sistema democratico con particolare riferimento al meccanismo della partecipazione.

Nel testo l’autore, dopo aver compiuto un excursus fra varie teorie relative alla partecipazione politica, compie un’analisi interessante su alcuni aspetti collaterali: l’identificazione dell’elettore con il candidato, i processi cognitivi sottostanti alle decisioni degli elettori, le dinamiche euristiche che spesso sostituiscono la razionalità ed infine la derazionalizzazione dei meccanismi di partecipazione alla quale contribuiscono, in maniera attiva e spesso negativa, i mass media, pian piano sostituiti dai social media.

Alla fine l’autore si chiede se la democrazia sia ancora il miglior sistema politico possibile, e sembra arrivare alla conclusione che, malgrado tutto, la democrazia continua ad essere il miglior sistema possibile, quanto meno perché è l’unico che consente una effettiva rotazione fra vari soggetti politici.

Il pregio dell’opera, oltre che quello di compiere un’analisi acuta del reale funzionamento dei sistemi politici, è anche quello di consentire al lettore di vedere quanto sta accadendo attualmente in Italia sotto una diversa angolazione.

Abbiamo deciso di porre all’autore domande dirette.

I cittadini che seguono il dibattito politico sulle varie tematiche hanno spesso l’impressione che non vi siano, come una volta, indirizzi determinati dai partiti ma che i singoli esponenti si muovano a briglia sciolta; secondo lei la centralità della struttura di un partito nel “governare” le decisioni degli elettori è ormai effettivamente soppiantato da altri sistemi (ad esempio, televisioni o social media) oppure l’organizzazione partitica si può ancora considerare, in qualche misura, attuale e rilevante?

Il ruolo dei partiti nel tempo è cambiato. Per buona parte del secolo scorso i rapporti fra politica e cittadini vedevano i partiti protagonisti assoluti: esprimevano i candidati, organizzavano banchetti, manifestazioni, azioni dimostrative, comizi nelle piazze. La loro struttura organizzativa comunicava gli obiettivi politici, mobilitava i sostenitori, chiamava alle urne e raccoglieva voti. Con l’introduzione della televisione prima, e di internet dopo, il ruolo dei partiti di intermediazione fra cittadini e politica è stato affiancato dalla figura del leader, dalla sua immagine, dai talk show, dai tweet e dai post su Facebook, diventando quindi meno centrale. I partiti quindi rimangono rilevanti, ma sono cambiati e si sono adeguati al nuovo contesto. In particolare la fedeltà del militante al partito è diventata più debole e si è affermato progressivamente il fenomeno dei “floating voters” che, insieme all’astensionismo, segnala una maggiore “liquidità” nel rapporto fra politica e cittadinanza.

Nel testo spesso Lei parla di euristiche con riferimento a modelli comportamentali diversi da quelli prettamente razionali; come mai il politico, pur prendendo atto dei modelli decisionali degli elettori, spesso esso stesso non procede con razionalità? Secondo Lei questa mancanza di razionalità è reale (e dunque anche il politico utilizza euristiche proprie) oppure gli obiettivi che il politico dichiara talvolta non coincidono con quelli che il politico desidera raggiungere?

I partiti, le televisioni ed internet comunicano, oltre ad argomenti razionali, anche emozioni e sentimenti “di pancia”. Per questo a mio parere viviamo in una “Psicodemocrazia”: un sistema politico dove la psicologia emotiva ed irrazionale dei politici e dei cittadini conta. Dove la passione e il sentimento, l’istinto e la paura vengono utilizzati per la costruzione del consenso. Dove l’immagine del leader in televisione, l’identificazione e la fedeltà in un partito, la battuta caustica su Twitter sono spesso più convincenti di piani programmatici e argomentazioni. Lo dicono le moderne scienze cognitive: i cittadini e i politici informati e perfettamente razionali, che fanno scelte a ragion veduta, dopo aver considerato e soppesato le alternative, non esistono. Esistono invece esseri umani imperfetti, impressionabili e razionalmente limitati. Ovviamente i limiti della razionalità non esistono solo nei cittadini, ma anche nei politici, in quanto caratterizzano tutti gli esseri umani: capita che i politici, quindi, non procedano con razionalità non solo perchè è difficile produrre una sintesi coerente di interessi diversi ed eterogenei, ma anche a causa di caratteristiche psicologiche e cognitive.

Veniamo ad una domanda forse un po’ impertinente, visto che Lei è anche Assessore all’Innovazione nel Comune di Udine: riesce a mettere in pratica, quotidianamente nella sua esperienza politica e tenuto conto del quadro complessivo degli altri attori politici con i quali ha a che fare, la consapevolezza che Lei dimostra di avere, come autore, circa la predisposizione di una agenda setting?

Secondo gli studi sull’agenda setting i mass media hanno il potere di condizionare l’opinione pubblica suggerendo ai cittadini il temi più importanti. Avere conoscenza di questi studi, nell’ambito dell’azione politica, può aiutare a riconoscere questo fenomeno, ma non è ovviamente sufficiente per vitarli. Un tema che i mass media di Udine tendono ad enfatizzare, ad esempio, è quello della sicurezza. Anche se i dati e le statistiche non mostrano che ci sia un effettivo aumento dei reati, che invece rimangono stabili, se non in lieve calo, i mass media spesso tendono ad enfatizzare alcuni episodi, in linea peraltro con la tendenza dell’informazione nazionale. Questo probabilmente è legato alla naturale curiosità delle persone circa fatti di cronaca nera rispetto a temi di cronaca bianca. Politicamente non possiamo evitare questa dinamica, ma siamo impegnati a sviluppare progetti razionali e puntali in tema di sicurezza, promuovendo una percezione di protezione e di tutela fra i cittadini, e quindi cercando di porre un limite alla percezione di insicurezza suggerita dall’agenda setting dei mass media.

Sicuramente la tecnologia potrebbe aiutare nel migliorare gli aspetti procedurali passando da un sistema di voto che è una delega in bianco al politico di turno per un periodo di alcuni anni, ad un sistema di controllo e votazione continua sulle singole issues. Un esperimento che alcuni movimenti in Italia (Movimento 5 Stelle) portano avanti in qualche modo. Ritiene che vi siano le possibilità tecnologiche e la maturità complessiva per sistemi di questo tipo e che questi sistemi potrebbero veramente migliorare la democrazia?

Nonostante l’irrazionalità presente nelle decisioni dei cittadini e dei politici, la democrazia resta comunque l’unico sistema in grado di ruotare il potere e di creare contesti dialogici (pensiamo alle assemblee dotate di regole e procedure) in cui le persone si possono confrontare portando argomenti e rafforzando la consapevolezza circa le decisioni pubbliche. Attraverso la tecnologia è possibile creare degli ambienti di confronto e decisione? Per valutare la loro efficacia bisogna entrare nel merito di ciascuna sperimentazione. Ad esempio, Casaleggio era un convinto sostenitore del concetto di democrazia digitale diretta. Ma il M5S realizza questo ideale? Sostenerlo è una forzatura. Non solo il M5S si muove di necessità nelle dinamiche della democrazia rappresentativa. Ma anche quando cerca di “emendarle” attraverso periodiche consultazioni attraverso il web non si può dire che realizzi la democrazia diretta. Come ricorda il politologo Sartori, la democrazia diretta si realizza quando (in genere poche) persone si confrontano faccia a faccia e prendono decisioni. Quando invece i cittadini vengono interpellati con quesiti su cui esprimersi, si tratta di democrazia referendaria. La democrazia promossa dal M5S è del secondo genere: non è diretta, ma referendaria. Inoltre l’ideale di Casaleggio si è scontrato con il classico problema della partecipazione: i cittadini sono padri, madri, sono lavoratori, hanno hobby, perciò il tempo che possono dedicare alla politica è in genere molto limitato. Per questo, in una società in cui le attività sono specializzate, esiste il meccanismo rappresentativo e i tentativi di superarlo faticano enormemente. Ad esempio, nella consultazione online per scegliere i candidati del Movimento alle politiche del 2013 sono giunti al portale messo a punto dalla squadra di Casaleggio 95.000 voti per 1400 candidati totali. Non molto per il secondo partito di un Paese da 60 milioni di abitanti. Insomma, è bene che vengano fatte sperimentazione che coinvolgano gli strumenti innovativi, ma attualmente siamo ancora distanti dal realizzare le promesse dei “tecnoentusiasti”.

Gabriele Giacomini è laureato in Filosofia della mente, della persona, della città e della storia e dottore di ricerca in neuropsicologia cognitiva e filosofia della mente; ha pubblicato articoli scientifici per alcune riviste come Analisi giuridica dell’economia, LaVoce.info, Politeia, Psicologia Contemporanea e per la casa editrice Mimesis ha scritto “Prima che sia domani: padri, figli, un’alleanza per ripartire”.

Collabora con diversi centri di ricerca e ha lavorato presso la Scuola Enrico Mattei di Eni Corporate University. Attualmente è Assessore all’Innovazione del Comune di Udine.

www.gabrielegiacomini.it